giovedì 15 luglio 2010
Il terapeuta energetico, parte 10 di 17
Riprendo il discorso interrotto ben sapendo che, anche se ho più volte ricordato che il paziente deve fare la sua parte, molto probabilmente ho lasciato qualcuno perplesso quando nella precedente uscita ho affermato che nessuno (quindi neanche il terapeuta) può energeticamente fare la parte di un altro, perché ognuno è energeticamente responsabile di se stesso e può e deve guarirsi con le sue forze.
. . . E l’energia allora cosa fa? . . . A cosa serve? . . . E soprattutto, dopo tutto questo gran parlare, il terapeuta . . .?
Domande più che legittime!
La ragione di questa “incombenza” per il paziente risiede nell’assoluta necessità della costante e volontaria partecipazione del “sofferente” all’azione terapeutica.
Non è che l’energia non abbia la capacità di “guarirlo” indipendentemente dal suo contributo, tant’è che per poco che sia l’apporto volontario dell’essere umano non ci sono problemi, è l’energia a colmare la differenza aggiungendo quanto necessario per superare l’ostacolo.
Il punto è che quest’energia non impone nulla, neppure una guarigione, e rispetta il libero arbitrio di ognuno, anche quello che supera questa “fisicità”. La potremmo visualizzare come una scala di corda calata in un pozzo affinché chi sta la sotto possa uscirne: se non ha la forza di salire i gradini lo si può anche tirar su di peso, ma se quel tale, pur potendolo fare, non vuol neppure toccare la scala? Ancora la potremmo vedere come la ciambella di salvataggio gettata ad un naufrago per aiutarlo ed issarlo poi a bordo dell’imbarcazione, ma se quel tale volontariamente si allontana dalla ciambella?
L’energia può anche comportarsi come un bagnino e stordire con un pugno colui che sta annegando onde trarlo in salvo, ma non è possibile ingannarla: se l’intenzione di costui è quella di annegarsi l’intervento si limita a spiegargli l’insensatezza di tale decisione e proporgli una via d’uscita, se poi costui non vuol saperne, il suo libero arbitrio viene rispettato.
L’azione dell’energia può essere paragonata a quella di un vero padre od una vera madre nei confronti del figlio/a: si prende cura di colui verso il quale il terapeuta la canalizza (nei precedenti esempi è il terapeuta che cala la scala di corda, che getta la ciambella di salvataggio) con la stessa partecipazione ed impegno di un genitore, ma a differenza dei genitori umani non cerca di imporsi: per rendere più chiaramente l’idea posso portare come esempio la parabola del figliol prodigo (Luca 15, 11-32) dove il padre (energia) sa accettare la volontà di andarsene del figlio (paziente), ma sa anche riaccoglierlo. Infatti, anche se uno viene per un trattamento e non fa la sua parte, non ci sono problemi; qualora tornasse con la volontà di fare quanto va fatto non ci sarebbero remore né limitazione alcuna nell’impegno che è proprio dell’energia; come ho spiegato il tutto sta nel totale rispetto da parte dell’energia della volontà di ogni singolo, che proprio per questa ragione è tenuto a decidere ed in prima persona ad impegnarsi volontariamente, quanto manca gli verrà dato, l’importante è che sia lui a voler perseguire il “cambiamento”.
A questo punto m’è d’obbligo “spendere due parole” sull’importanza che riveste il nucleo familiare nell’intervento terapeutico energetico, che tiene contemporaneamente presenti le dimensioni fisica, psicologica, sociale, familiare, spirituale,trascendente (ecco un altro motivo per cui ritengo sarebbe utile offrire queste terapie in strutture sanitarie, onde poter avere la collaborazione di altre figure professionali ed insieme curare in modo olistico, cioè completo: non un brutto mosaico di interventi scollegati , ma un’opera d’arte; nessuno, infatti, può essere adeguatamente preparato in tutti i campi.).
E’ necessario tener presente che chi si sente sopraffatto da una situazione che lo priva della precedente personale padronanza e libertà (per molto tempo gli son state riconosciute determinate caratteristiche, ora pian piano il proprio ruolo sociale cambia: si sente più debole, più fragile, conseguentemente più indeciso, meno pronto al confronto, ecc.; cosicché si presenta anche il problema della diminuzione dell’autostima, con altre ricadute) teme anche di perdere la stima degli altri e di divenire oggetto di osservazioni, critiche ed anche possibile derisione.
In questa situazione è molto facile sentirsi più soli (sovente s’arriva, per timore del giudizio altrui, ad evitare il contatto con le persone precedentemente frequentate); fatto grave, perché per gli esseri umani il bisogno di non sentirsi soli è uno dei bisogni più importanti, anche se spesso dimenticato.
A seconda della gravità della situazione, segue la tristezza causata dalla constatazione del proprio declino, che porta alla modificazione negativa della propria immagine, dei ruoli familiari e sociali. All’interno del nucleo familiare questa tristezza si riflette su tutti i componenti e colui che ne è la causa si sente ancor più triste nel vedere i propri familiari addolorati: un senso di colpa.
A tutto ciò in alcuni casi può subentrare la depressione: non si ha più energia sufficiente per affrontare tutti i problemi che quotidianamente si presentano e questa difficoltà da vita ad una pericolosa spirale discendente. Si può aggiungere la rassegnazione ed il senso di impotenza porta a “cedere le armi” ripiegandosi sconsolati e sfiduciati su se stessi, apatici verso la stessa propria vita, in alcuni casi invece desiderosi di porle fine; ma questo è un settore della psicologia e/o della psichiatria a seconda dei casi, tocca ad altri presentare e spiegare degnamente l’argomento al quale io ho solo accennato..
Penso sia importante far ora presente che tutto il percorso della vita di ciascuno di noi può anche essere visto come un processo ad alto gradiente emotivo, che attraversa diversi stadi, moltissimi passaggi, intervallati da speranze e delusioni.
I familiari, che vivono e condividono con costui che soffre momenti di stanchezza e/o di scoraggiamento, sono a loro volta sottoposti ad uno sforzo che può anche essere non indifferente; da questa situazione possono prendere vita conflittualità dovute anche al riemergere di precedenti conflitti, ecc.; logicamente vanno considerati nel processo terapeutico e si dovrebbe (difficile tradurre oggi ciò in realtà vista la diffidenza, a volte giustificata, verso questi trattamenti) poter dedicare un po’ di tempo anche a loro: vanno sostenuti, incoraggiati, spronati affinché possano superare la fase di scoraggiamento e pessimismo; perché il calore ed il sostegno dell’ambiente familiare, potenziato dalla serenità e dalla fiducia in un epilogo comunque positivo, è uno strumento terapeutico insostituibile.
Avendo esaurito lo spazio a disposizione della singola uscita mi fermo e terminerò questa precisazione nella prossima; porgo quindi cordiali saluti a tutti.
giovedì 1 luglio 2010
Il terapeuta energetico, parte 9 di 17
Venendo ora al lavoro energetico lo potremmo modernamente definire, con un termine mutuato dalla lingua inglese, “setting riabilitativo”; ed effettivamente è anche una riabilitazione, sebbene di tipo molto particolare.
In ambiente medico il setting (insieme dei fenomeni comportamentali, dei patterns circoscritti e stabili di attività umane, con un sistema integrato di forze e controlli che mantengono tale attività in un equilibrio semistabile) è una situazione a tre: operatore – paziente – contesto, o, per meglio esprimermi, l’insieme delle regole che strutturano il contesto in cui si svolge il trattamento. Nel “setting energetico” s’aggiunge su nostra esplicita richiesta un quarto componente, che per importanza e potenza curativa sta di gran lunga al di sopra degli altri tre: l’ENERGIA.
Un grande problema con cui in ambiente riabilitativo ci si trova sempre a doversi confrontare può essere sintetizzato nella domanda che coscienziosamente ogni terapeuta si pone: ”So interpretare correttamente i quesiti del mio paziente onde dargli realmente le risposte richieste, o le mie non sono le risposte giuste?”. Importanza fondamentale all’interno di ogni sistema terapeutico è la comunicazione tra terapeuta e paziente e, come ho fatto presente nell’uscita dello scorso 15/05, particolare importanza riveste il primo approccio, infatti la comprensione dei significati sottesi al dialogo, il modo con cui il terapeuta si presenta al paziente ed il modo con cui il paziente si sente accolto, sono normalmente fattori di importanza fondamentale: se si sente rassicurato, compreso ed a proprio agio sarà senz’altro molto ben disposto nei confronti della terapia, che proprio in virtù di questa sua predisposizione d’animo potrà quanto prima raggiungere i migliori risultati.
In ambiente medico convenzionale la soluzione al problema comunicativo è fondamentale sovente anche per formulare un’ipotesi prognostica, oltre che per porre le basi su cui costruire il programma riabilitativo stesso.
In questo specifico tipo di “riabilitazione”, quando il paziente non viene solo per un consulto, ma accetta di sottoporsi al trattamento, allora il terapeuta lavorando con l’energia si trova decisamente avvantaggiato rispetto agli altri professionisti, perché il problema di afferrare compiutamente il significato degli aspetti metaforici e meta-comunicativi del paziente (anche il terapeuta energetico, ove richiesto, è tenuto ad ascoltare e consigliare il paziente nel corso della terapia) può essere superato nel tempo affidandosi in stato meditativo all’energia che, mentre si sta lavorando per guarirlo può improvvisamente “aprirci occhi ed orecchi”, cosicché diviene possibile trovare le parole e le espressioni a lui più consone e rassicuranti per dare risposte e consigli appropriati al caso specifico.
In questa particolare terapia, inoltre, il problema di intervenire correttamente per modificare dall’esterno processi dinamici legati al malessere e che hanno luogo in reconditi spazi della sua psiche con intenzioni e tempi a lui specifici, non ricade direttamente ed unicamente sulle spalle del terapeuta: è l’energia che lavorando ad ogni livello (ne ho già parlato nell’articolo dedicato alla terapia energetica nelle uscite del 22/06 – 02/07 – 13/07/2009) farà si che abbiano luogo i migliori cambiamenti possibili in totale assenza di errori. Il terapeuta lavorando in stato meditativo avrà coscienza di ciò, anche se (come ho spiegato nell’articolo dedicato all’intervento olistico nell’uscita del 13/08/2009) non potrà esprimerlo compiutamente a parole: il linguaggio è perfettamente legato ed adattato a questo mondo polare, che la meditazione comprende e trascende dando consapevolezza anche di ciò che va oltre il polarmente conoscibile.
Energeticamente si va a curare la/e causa/e scatenante/i il disagio, la sofferenza che il paziente prova va riconosciuta come una forma di comunicazione importante ed antica; indica che in qualche livello “qualcosa non va per il verso giusto” ed è fonte di pericolo per l’essere vivente nel suo insieme . Non potendo farsi altrimenti ascoltare (a causa dell’inferiorità dei bassi livelli) i livelli superiori scaricano la sofferenza sempre più giù fino a colpire il corpo fisico cosicché l’individuo non può più esimersi dal prestare ascolto, anche se spesso non riesce a capire molto ed è qui che entra in gioco il terapeuta energetico.
Questo disagio, questa sofferenza, in alcuni casi possono essere visti come un “faro” che avverte il navigante-paziente del pericolo, o come un “maestro” che gli indica la via da seguire per affrontare con successo il necessario processo di trasformazione .
Cosa fa il terapeuta?
Da una parte un po’ quello che fanno Virgilio e Beatrice con Dante conducendolo attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso affinché comprenda, veda la “luce” e ritrovi la “diritta via”. Virgilio, infatti, trova Dante che ha tentato inutilmente di salire dalla foresta oscura verso un monte illuminato dal sole, ma la via più breve ha ostacoli che è impossibile superare; lo prende quindi sotto la sua “protezione” e lo conduce verso il mondo del Paradiso terrestre attraverso un cammino lungo, spaventoso e faticoso. Qui arriva Beatrice che dopo averlo rimproverato dei peccati passati lo accompagna all’ascensione fino all’Empireo: la salvezza.
Com’è noto a tutti la linea retta è la via più breve tra due punti; logicamente quando si sta soffrendo si cerca d’uscirne il più rapidamente possibile; ma è altrettanto noto che le strade che giornalmente percorriamo sono piene di curve, salite e discese che continuamente interrompono i rettilinei. Ugualmente accade nel disagio: ci si addentra in una situazione dolorosa spesso attraverso “cammini tortuosi” ed altrettanto tortuosa è la via per uscirne, ma “imparata la lezione” ci si ritrova più forti e più liberi di prima.
Questo è il modo con cui il terapeuta energetico lavora: prende letteralmente per mano il paziente e lo guida nel “cammino energetico di guarigione” (per questo sostengo che il paziente deve fare a sua parte: all’inizio, “debilitato ed infortunato”, può anche essere “portato in braccio”, poi però dovrà camminare con le sue gambe). Nessuno può energeticamente fare anche la parte di un altro, perché ognuno è energeticamente responsabile di se stesso e può e deve (pur con tutti gli aiuti possibili) “guarirsi” con le sue forze. Anche un chirurgo del resto può eseguire un ottimo intervento, ma se il paziente poi non collabora, si rifiuta di mangiare e bere, non accetta di seguire la terapia farmacologica e l’eventuale riabilitazione, . . . non si arriverà ad un epilogo positivo.
Come Beatrice rimprovera Dante, così anche il terapeuta quando diviene energeticamente consapevole di qualche problema del paziente glielo fa presente, affinché con più facilità e rapidità possa superare il tratto che lo separa dalla “guarigione”.
Altro lavoro del terapeuta è la “canalizzazione” di quest’energia ed il seguire l’evolversi degli effetti di questa operazione. Avendo però finito lo spazio a disposizione per una singola uscita, vi do appuntamento alla prossima per continuare nell’esposizione.
Cordiali saluti.
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