giovedì 31 ottobre 2013
Terapia Energetica e crisi di identità 1 di 32
Visto per sommi capi il complesso di cause che possono portare alla crisi di coppia e messo in evidenza come, insieme alle Terapie Convenzionali, anche quella che io da anni chiamo Terapia Energetica (di cui nella mia pubblicazione relativa ai Trattamenti convenzionali - non convenzionali - collaterali - alternativi - complementari - ecc. ho fatto presente come ci siano differenze da altre terapie ove nel nome è compreso il termine energia) può essere di grande aiuto per uscirne in modo soddisfacente, passo ora a un tipo di crisi composto da numerose "sfaccettature" e che può avere effetti devastanti, ma può essere fronteggiato e superato in modo vantaggioso usufruendo del lavoro del terapeuta energetico.
Anche se l'abitudine porta ad attribuire un'accezione negativa al termine "CRISI", etimologicamente questo rimanda al concetto di "SCELTA": momento in cui si è chiamati a decidere un cambiamento per far fronte a mutate esigenze e/o circostanze; di fatto è un periodo di trasformazione che separa una precedente maniera di comportarsi, da un nuovo modo di ESISTERE, quindi di confrontarsi col mondo che ci circonda e reagire alle situazioni che gli avvenimenti portano in essere.
Appare quindi chiaro come la crisi rappresenti essenzialmente un momento di transizione che porta obbligatoriamente a un cambiamento. Pur essendo vero che s'accompagna a problemi - pericoli, è altrettanto vero che offre delle opportunità; ergo non può essere considerato unicamente un evento negativo, bensì un evento-rivoluzione più o meno ampia e profonda, che tutto ponendo in divenire determinerà una trasformazione. S'evidenzia così sia l'idea di scelta, bene prezioso legato alla libertà dell'essere umano, che l'importantissimo aspetto di possibilità di crescita - maturazione dell'individuo: ben gestita offre quindi la possibilità di conseguire importanti vantaggi e insieme di divenire migliori. Fondamentale è sia non esser lasciati soli di fronte all'iniziale smarrimento, come non chiudersi e voler rimanere soli ad affrontare quanto in fondo generando imbarazzo, confusione, timore, . . ., tende tanto a far sprecare inutilmente più energie di quante sovente si disponga, quanto a bloccare in difesa su posizioni intermedie senza giungere a vera soluzione.
Poiché molte volte non si riesce a valutare in modo corretto e completo la situazione e si reagisce quindi in modo errato, trovandosi poi in una spiacevole o addirittura pessima condizione, come pure per il fatto che gli esseri umani hanno ottima memoria per quanto riguarda ciò che li ha fatti soffrire e di contro non buona memoria per il resto, è divenuto normale connotare negativamente la crisi.
Va ora detto che "crisi esistenziale" e "crisi di identità" sono termini che possono fondersi tra loro, giacché spesso la crisi esistenziale si rende presente e attiva durante una profonda crisi di identità della persona che va normalmente a colpire una o più microidentità (ce ne sono legate agli affetti, siamo infatti figli - genitori - fratelli/sorelle - amici - ecc., altre legate al ruolo che abbiamo nella società, siamo infatti medici - idraulici - ingegneri - operai - ecc., altre legate a come ci vediamo nella nostra mente e quelle legate a come pensiamo ci vedano gli altri, ecc.); una grave crisi di una di queste identità può innescare una crisi esistenziale in quanto tutto ciò porta una seria incrinatura al senso stesso del nostro stare al mondo.
Non voglio certo invadere il campo degli psicoterapeuti, ma per chiarire il concetto ritengo sia bene ricordare che l'analisi esistenziale è un percorso per conoscere se stessi al fine di trovare e curare le microlesioni nelle varie "sfaccettature" dell'essere d'una persona in tutti i suoi livelli di Vita; del resto già nelle antiche civiltà Greca e Romana s'insegnava che non si può "aver cura dell'uomo" se non si sa chi è l'uomo, dal momento che non si può conoscere qual è il bene dell'uomo se non se ne conosce l'identità; ecco perché è necessario portare l'essere umano sofferente in condizione di conoscersi (ri-conoscersi secondo quanto già più volte spiegato parlando dell'azione dell'intervento energetico secondo il metodo che io uso) davvero, acciocché si possano individuare mezzi e vie per poter uscire in sicurezza da quel "luogo insalubre", ove per "ignoranza" era accidentalmente giunto: fondamentalmente "nihil sub sole novum"; e, cosa già evidenziata in altri articoli, ulteriormente ciò motiva la necessità d'Umiltà nel terapeuta (sovente chi da pochi anni è venuto a conoscenza d'uno o più modi per intervenire con i vari mezzi che l'Energia mette a disposizione, si sente in un certo qual modo "esaltato", gli/le pare di AVERE nelle mani un potere eccezionale: nulla di più falso! Con gli anni, io ad esempio ho iniziato sul finire del 1972 a occuparmi di Energia partendo dal punto di vista Religioso e non avrei mai immaginato di poter giungere a scoprire tanto, chi si rende degno d'esser chiamato "Terapeuta" comprenderà d'esser solo un "utile operaio", giacché il potere decisionale ultimo è sempre e solo nelle "mani" dell'UNITA', da cui dipendono anche l'Energia e quanti "altri" operano nella Realtà).
Spesso sintomi quali stati ansiosi, attacchi di panico, disturbi fobici, ecc., nascondono o derivano da queste microlesioni avvenute durante una fase di mutamento/adattamento della personale struttura per superare le prove che la vita continuamente pone di fronte. Ferma restando la validità dei mezzi riconosciuti e offerti dalla Medicina Convenzionale, è onesto ricordare come efficace sia pure l'aiuto che il terapeuta energetico può dare al/la paziente acciocché avanzi in sicurezza operando un po’ per volta le necessarie modifiche, sia agendo personalmente a mezzo del puro trattamento energetico: ripristinando una buona comunicazione tra i vari livelli, come riparando direttamente i "guasti" nei livelli ove riscontra "anomalie", sia rispondendo alle domande che possono venirgli/le poste da chi è venuto per essere curato/a, facendo a questi presente quanto il "sussurro energetico" ha reso evidente: sempre però con misura, giacché anche se è vero che tutto ciò che si dice deve rientrare in quanto s'è percepito, altrettanto vero è che ci vuole "buon senso" e non tutto può esser detto, ma solo ciò che il/la paziente in quel momento è in grado di comprendere/accettare-usare ed essergli/le così di giovamento. Di volta in volta si vedrà se aggiungere qualcosa, ma sempre e solo in funzione del massimo Bene di chi è venuto a chiedere il nostro aiuto.
È l'articolo più lungo che abbia mai messo in rete; spero possa meglio spiegare a tutti cosa faccio, soprattutto a quelli che possono averne bisogno e trarne giovamento.
Cordiali saluti.
Robino Mariano
giovedì 10 ottobre 2013
Terapia energetica e crisi di coppia parte 14 di 14
A volte in caso di morte del partner (ma anche in altri casi) ricominciare a essere protagonisti della propria vita e volgere i propri interessi anche al di là dei ricordi può sembrare inverosimile, ma fa parte del rispetto dovuto a se stessi, alla Vita e anche a chi ha fatto coppia con noi.
La peggior reazione dopo la fine del rapporto di coppia è chiudersi in se stessi, colpevolizzarsi (anche quando l’altro/a muore, c’è chi non sa darsi pace per non aver fatto questo o quello; non ha senso. Se in buona fede s’è fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità secondo la consapevolezza raggiunta, vuol dire che questo è conforme alle richieste di quell’Autorità che ha preso la decisione senza interpellarci. Occorre avere l’Umiltà d’accettare i propri limiti e quelli della scienza umana, aver Fiducia nella Vita che va al di là della nostra capacità di comprensione e non finisce con la morte!), cadere in una crisi di autosvalutazione, credere di non poter amare o di non poter essere amati più da nessun altro.
Indipendentemente dal provare il desiderio di trovare un/a nuovo/a compagno/a o no, riflettere sul come affrontiamo una separazione può aiutarci a conoscere meglio la nostra personalità. Anche nei casi in cui la perdita del partner annienta, nel vuoto della sua assenza e fondandosi sulla fiducia in sé e sull’importanza dei legami affettivi può venire in essere una rinascita personale: è un dono che l’Amore fa a coloro in cui abita . . . non per mettermi a fare catechismo (sarebbe irriguardoso verso chi non ne ha piacere), bensì per vedere il tutto sotto un’altra prospettiva, faccio presente che così come si può innalzare illimitatamente l’amore verso Dio, dirigerlo orizzontalmente verso il nostro prossimo, nulla vieta che lo si indirizzi “diagonalmente” verso chi continua a essere da noi amato anche se, dismesso quell'abito di carne, è stato portato a proseguire i suoi “studi” altrove: nulla è impossibile all’Amore, salvo il lasciarsi imprigionare in questa realtà ove il divenire rende sovrana l’incertezza e limita la libertà.
Come ho evidenziato, le separazioni fanno sempre male; sono lutti che volenti o nolenti ci troviamo a elaborare, traumi dolorosi soprattutto per chi viene lasciato/abbandonato. Essere vulnerabili è normale dopo una separazione, ma occorre aver sempre ben chiaro che in prima persona il lavoro lo possiamo fare solo su noi stessi; quindi, se altri pretendono di obbligarci (un’affettuosa spinta, un consiglio amichevole, un sorriso d’incoraggiamento, ecc. sono benvenuti, perché rispettano il nostro dolore e i nostri tempi; ma va oltre solo chi sta bene e ignorantemente non comprende dolore e angoscia che seguono l’abbandono/separazione, così da far sentire più triste e solo chi già soffre) a scherzare, ridere, mostrarsi disponibili, occorre saperli fermare con un chiaro “No!”: gli amici e i partner si possono scegliere!
Dal momento che l’unica certezza di quest’illusoria realtà in cui viviamo è il divenire, è ragionevole accettare che nella vita nulla è certo, come pure che per far ordine occorre aver prima fatto o trovato disordine. Nessuno si sottrae al divenire migliore o peggiore; quindi è un grave errore mettere da parte la propria vita per rendere la coppia più gradita al partner in una realtà come questa ove nulla è certo, tanto meno eterno.
La società in cui viviamo non è portata a elogiare i miglioramenti. Escluse le persone che davvero ci amano, nessuno ci dice “Bravo!” se facciamo bene qualcosa, ma di certo se commettiamo anche un piccolo errore ci vien subito fatto notare e occorre porvi rimedio, quindi . . . è bene per mantenere salda la stima in noi stessi imparare a gratificarci da soli; magari annotando i nostri progressi in un diario e non temere di dirci “Bravo/a!” ogniqualvolta col nostro pensare, dire e fare otteniamo un buon risultato; mai aspettare che ce lo dicano gli altri . . . facilmente non ce lo diranno mai. Questo è importante soprattutto per chi viene abbandonato/a e sente minata la sicurezza personale, tanto che in un primo tempo la propria identità viene messa a soqquadro: è facile giungere ad addossarsi la colpa, voler cambiare secondo quella che pensiamo essere la volontà dell’altro/a, senza tuttavia riuscire a prendere in considerazione che sempre ci sono colpe da entrambe le parti quindi anche pensieri, parole e azioni dell’altro/a sono da mettere in discussione, quasi che si viene abbandonati perché ce lo siamo meritati; così si cade “dalla padella nella brace” entrando nella fase separazione → frustrazione: l’unione è andata in frantumi, con essa molte delle proprie certezze e ci si trova indifesi a subire la dilaniante situazione di abbandono; nessuno pare in grado di aiutarci a far fronte alla “tragedia” che ci ha “investito” e il peso del dolore grava tutto sulle nostre spalle “fratturate” schiacciandoci . . . anche questa è una truffa perpetrata ai nostri danni da questa realtà illusoria che con ogni mezzo cerca di impedirci d’avere esperienza della Realtà vera e così vedere le cose come stanno. Le regole di questa nostra società, figlia della realtà in cui esiste, fanno si che l’educazione che riceviamo si basi sul giudizio e sulla critica soprattutto degli altri, impedendo quindi una piena consapevolezza dei fatti; e in modi diversi l’ho già spiegato negli altri articoli.
Per finire voglio quindi evidenziare che, essendo la Terapia Energetica un mezzo che guarisce attraverso la crescita interiore del/la paziente, può validamente aiutare, sorreggere e condurre chi ne usufruisce fuori dalla “malsana palude” in cui è venuto/a a trovarsi; quindi anche a riconoscere l’evidenza dei fatti, trovare il coraggio di dialogare col proprio dolore (che, come ho evidenziato, è un maestro che si prende cura della nostra istruzione, ma sa essere inflessibile e bocciarci se manca costante impegno e buona volontà.) analizzando con la necessaria calma le dinamiche spesso malate e consolidate che hanno portato alla rottura.
L’azione profondissima dell’intervento energetico aiuta dolcemente a dissolvere quel chiudere in modo sbrigativo la faccenda dicendo “è colpa di . . .” e affrontare senza paure e/o remore domande essenziali quali “Dove ho sbagliato? – In cosa ho contribuito?” ecc.: anche il comprendere perché lui/lei ci ha tradito o se ne è andato/a è un’occasione di crescita personale che porta a riacquistare e accrescere la propria sicurezza, oltre che migliorarci in ogni senso.
Da ultimo, essendone testimone, ricordo che possibile evoluzione dell’amore dopo la separazione può essere quella di s-gravarsi d’ogni componente carnale, comprendere ciò che per ignoranza del Bene s’è fatto e ciò che si sarebbe dovuto fare, quindi al di sopra d’ogni rivalità impreziosirsi trasformandosi non tanto in quello tra un fratello e una sorella, in cui questa realtà trova ancora qualcosa cui appigliarsi per far danno, ma quello tra due esseri che trascesa la materialità vivono liberi anche di frequentarsi senza che quant’è accaduto possa ancora dare sofferenza, tristezza o addirittura aprire la porta all’accidia. Non sempre ciò avviene in entrambi e chi non lo prova non può totalmente capire, ma la pace che ne viene a chi attivamente fa questo percorso è impagabile: non possiamo essere noi a poter dire “tempo scaduto!”.
Cordiali saluti.
La peggior reazione dopo la fine del rapporto di coppia è chiudersi in se stessi, colpevolizzarsi (anche quando l’altro/a muore, c’è chi non sa darsi pace per non aver fatto questo o quello; non ha senso. Se in buona fede s’è fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità secondo la consapevolezza raggiunta, vuol dire che questo è conforme alle richieste di quell’Autorità che ha preso la decisione senza interpellarci. Occorre avere l’Umiltà d’accettare i propri limiti e quelli della scienza umana, aver Fiducia nella Vita che va al di là della nostra capacità di comprensione e non finisce con la morte!), cadere in una crisi di autosvalutazione, credere di non poter amare o di non poter essere amati più da nessun altro.
Indipendentemente dal provare il desiderio di trovare un/a nuovo/a compagno/a o no, riflettere sul come affrontiamo una separazione può aiutarci a conoscere meglio la nostra personalità. Anche nei casi in cui la perdita del partner annienta, nel vuoto della sua assenza e fondandosi sulla fiducia in sé e sull’importanza dei legami affettivi può venire in essere una rinascita personale: è un dono che l’Amore fa a coloro in cui abita . . . non per mettermi a fare catechismo (sarebbe irriguardoso verso chi non ne ha piacere), bensì per vedere il tutto sotto un’altra prospettiva, faccio presente che così come si può innalzare illimitatamente l’amore verso Dio, dirigerlo orizzontalmente verso il nostro prossimo, nulla vieta che lo si indirizzi “diagonalmente” verso chi continua a essere da noi amato anche se, dismesso quell'abito di carne, è stato portato a proseguire i suoi “studi” altrove: nulla è impossibile all’Amore, salvo il lasciarsi imprigionare in questa realtà ove il divenire rende sovrana l’incertezza e limita la libertà.
Come ho evidenziato, le separazioni fanno sempre male; sono lutti che volenti o nolenti ci troviamo a elaborare, traumi dolorosi soprattutto per chi viene lasciato/abbandonato. Essere vulnerabili è normale dopo una separazione, ma occorre aver sempre ben chiaro che in prima persona il lavoro lo possiamo fare solo su noi stessi; quindi, se altri pretendono di obbligarci (un’affettuosa spinta, un consiglio amichevole, un sorriso d’incoraggiamento, ecc. sono benvenuti, perché rispettano il nostro dolore e i nostri tempi; ma va oltre solo chi sta bene e ignorantemente non comprende dolore e angoscia che seguono l’abbandono/separazione, così da far sentire più triste e solo chi già soffre) a scherzare, ridere, mostrarsi disponibili, occorre saperli fermare con un chiaro “No!”: gli amici e i partner si possono scegliere!
Dal momento che l’unica certezza di quest’illusoria realtà in cui viviamo è il divenire, è ragionevole accettare che nella vita nulla è certo, come pure che per far ordine occorre aver prima fatto o trovato disordine. Nessuno si sottrae al divenire migliore o peggiore; quindi è un grave errore mettere da parte la propria vita per rendere la coppia più gradita al partner in una realtà come questa ove nulla è certo, tanto meno eterno.
La società in cui viviamo non è portata a elogiare i miglioramenti. Escluse le persone che davvero ci amano, nessuno ci dice “Bravo!” se facciamo bene qualcosa, ma di certo se commettiamo anche un piccolo errore ci vien subito fatto notare e occorre porvi rimedio, quindi . . . è bene per mantenere salda la stima in noi stessi imparare a gratificarci da soli; magari annotando i nostri progressi in un diario e non temere di dirci “Bravo/a!” ogniqualvolta col nostro pensare, dire e fare otteniamo un buon risultato; mai aspettare che ce lo dicano gli altri . . . facilmente non ce lo diranno mai. Questo è importante soprattutto per chi viene abbandonato/a e sente minata la sicurezza personale, tanto che in un primo tempo la propria identità viene messa a soqquadro: è facile giungere ad addossarsi la colpa, voler cambiare secondo quella che pensiamo essere la volontà dell’altro/a, senza tuttavia riuscire a prendere in considerazione che sempre ci sono colpe da entrambe le parti quindi anche pensieri, parole e azioni dell’altro/a sono da mettere in discussione, quasi che si viene abbandonati perché ce lo siamo meritati; così si cade “dalla padella nella brace” entrando nella fase separazione → frustrazione: l’unione è andata in frantumi, con essa molte delle proprie certezze e ci si trova indifesi a subire la dilaniante situazione di abbandono; nessuno pare in grado di aiutarci a far fronte alla “tragedia” che ci ha “investito” e il peso del dolore grava tutto sulle nostre spalle “fratturate” schiacciandoci . . . anche questa è una truffa perpetrata ai nostri danni da questa realtà illusoria che con ogni mezzo cerca di impedirci d’avere esperienza della Realtà vera e così vedere le cose come stanno. Le regole di questa nostra società, figlia della realtà in cui esiste, fanno si che l’educazione che riceviamo si basi sul giudizio e sulla critica soprattutto degli altri, impedendo quindi una piena consapevolezza dei fatti; e in modi diversi l’ho già spiegato negli altri articoli.
Per finire voglio quindi evidenziare che, essendo la Terapia Energetica un mezzo che guarisce attraverso la crescita interiore del/la paziente, può validamente aiutare, sorreggere e condurre chi ne usufruisce fuori dalla “malsana palude” in cui è venuto/a a trovarsi; quindi anche a riconoscere l’evidenza dei fatti, trovare il coraggio di dialogare col proprio dolore (che, come ho evidenziato, è un maestro che si prende cura della nostra istruzione, ma sa essere inflessibile e bocciarci se manca costante impegno e buona volontà.) analizzando con la necessaria calma le dinamiche spesso malate e consolidate che hanno portato alla rottura.
L’azione profondissima dell’intervento energetico aiuta dolcemente a dissolvere quel chiudere in modo sbrigativo la faccenda dicendo “è colpa di . . .” e affrontare senza paure e/o remore domande essenziali quali “Dove ho sbagliato? – In cosa ho contribuito?” ecc.: anche il comprendere perché lui/lei ci ha tradito o se ne è andato/a è un’occasione di crescita personale che porta a riacquistare e accrescere la propria sicurezza, oltre che migliorarci in ogni senso.
Da ultimo, essendone testimone, ricordo che possibile evoluzione dell’amore dopo la separazione può essere quella di s-gravarsi d’ogni componente carnale, comprendere ciò che per ignoranza del Bene s’è fatto e ciò che si sarebbe dovuto fare, quindi al di sopra d’ogni rivalità impreziosirsi trasformandosi non tanto in quello tra un fratello e una sorella, in cui questa realtà trova ancora qualcosa cui appigliarsi per far danno, ma quello tra due esseri che trascesa la materialità vivono liberi anche di frequentarsi senza che quant’è accaduto possa ancora dare sofferenza, tristezza o addirittura aprire la porta all’accidia. Non sempre ciò avviene in entrambi e chi non lo prova non può totalmente capire, ma la pace che ne viene a chi attivamente fa questo percorso è impagabile: non possiamo essere noi a poter dire “tempo scaduto!”.
Cordiali saluti.
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