giovedì 23 gennaio 2014

Terapia Energetica e crisi di identità 5 di 32

Come già accennato nell'articolo sulla "crisi di coppia", la crisi ha la capacità di mettere in evidenza i nostri limiti e nel contempo obbliga a fermarsi e riflettere sul fatto che non possiamo continuare ad avanzare imperterriti sulla stessa via, ma che è giunto il momento d'apportar modifiche a se stessi e/o, se possibile, al contesto entro cui ci muoviamo, altrimenti la nostra situazione sarà di sempre maggior malessere sino a giungere in alcuni casi a estreme definitive conseguenze. Come in altri articoli ho evidenziato, il cambiare il modo di confrontarci con quanto e quanti ci circondano come ogni azione produce una reazione e come conseguenza porta un cambiamento anche in ciò e chi è fuori di noi. Una lezione più significativa di molte parole viene ad esempio dal fatto che l'attuale crisi economica ha costretto la gente a prestar maggiore attenzione a come e dove spendere i propri soldi, a rivedere la "scaletta delle urgenze" e sfoltire drasticamente la lista delle priorità da portare avanti; cosicché anche i grandi gruppi han dovuto giocoforza rivedere alcune strategie e adattarsi al cambiamento: in casi estremi l'azzeramento d'un sistema che produce più danni che benefici è il modo migliore per dare inizio a una nuova fase di sana crescita. Nessuno cambia volentieri; solo lo star davvero male mette con le spalle al muro, obbliga a prender decisioni difficili, così come veder lati di noi stessi che cerchiamo di ignorare o rivedere i giudizi su coloro con cui abbiamo a che fare. Ecco che la crisi diventa una necessità da accogliere perché, non avendo altra possibilità di salvezza diventa giocoforza trasformare l'obbligo in opportunità e risorsa; quindi, anziché chiudersi in noi come in un fortino assediato resistendo sino alla morte, guardarsi intorno, aprire anche "porte" che prima neppur si volevano prendere in considerazione e vedere come andare oltre l'ostacolo. Passo ora a prendere in considerazione alcune fasi del CAMBIAMENTO:
  • la prima motivazione in questo caso è senz'altro estrinseca, giacché a mettere in moto tutta la faccenda e decretare la necessità dell'impegno è esclusivamente il bisogno di trovare il modo di venir fuori da una situazione oltremodo spiacevole: in ciò si fonda la grande difficoltà che tutti trovano nel portare avanti l'impresa. Col tempo ci si potrà accorgere d'aver scoperto novità che daranno vita a motivazioni intrinseche, importantissime in quanto stimolanti e gratificanti per se stesse; ma gli inizi son tutto meno che "rose e fiori".
Questo momento può esser visto preceduto da tre passaggi:
  1. Precontemplazione, dove la persona non si rende ancor conto di dover effettivamente porre in atto una significativa modifica al proprio modo di fare non vedendolo come un reale problema, oppure perché ha già provato a mettere in atto delle strategie di mutamento che si sono rivelate fallimentari ed ha perciò perso fiducia nelle proprie capacità.
  2. Contemplazione, ove l'individuo pur essendo già in buona parte consapevole del suo problema si trova preso nei lacci del dubbio: da una parte s'accorge del disagio ed è portato a prendere in considerazione l'effettiva necessità del cambiamento, ma dall'altra qualcosa in lui/lei lo rifiuta. Come ho detto, la spinta d'una motivazione estrinseca non è straordinaria e la riluttanza a fare questo passo porta costui/ei a dare eccessivo peso ad alcuni vantaggi che il vecchio modo di fare ha procurato e sottovalutare al tempo stesso i segnali negativi che avverte.
  3. Determinazione: vi si giunge quando, "bando alle ciance", ci si rende conto di dover "prendere il toro per le corna" o in alternativa di finire infilzato/a da quelle stesse "corna".
Quando l'individuo decide di rivolgersi a un terapeuta, questi potrà con i mezzi propri dell'Arte sua, quindi seguendo una via lo psicoterapeuta e un'altra il terapeuta energetico,
  • nel caso 1 aiutarlo ad accrescere sia la consapevolezza di chi egli/ella è, che il numero e la chiarezza delle informazioni disponibili sul problema che sta affrontando al fine d'aumentare e potenziare le possibilità d'intraprendere un cammino di cambiamento che lo/a conduca al successo.
  • Nel caso 2 è necessario renderlo/a cosciente del fatto che il "lasciar che l'acqua vada nel basso" considerando ambivalente la situazione può soltanto complicare le cose, render più ardua l'inevitabile resa dei conti e in definitiva far danno; allo stesso modo del fatto che per chi come lui/lei è preda di questo dubbio e in fondo vorrebbe raggiungere un equilibrio senza far questo passo, sia lo scrutare che il soppesare i singoli componenti del problema sono operazioni che si riveleranno più difficili e dolorose del previsto. Anche in questo caso il/la paziente non va lasciato/a solo/a.
  • Nel caso 3 occorre ricordare che qualsiasi cambiamento non è automatico, che l'ambivalenza può apparire superata mentre non è ancora alle spalle e che ognuno ha tempi di azione-reazione propri, quindi in alcuni casi sarà necessario trattare più a lungo il/la paziente affinché il percorso venga portato a termine.
Siamo così giunti al momento dell'AZIONE, quando finalmente si mette in atto una strategia utile a togliere alla situazione venuta in essere ogni possibile effetto devastante, secondo un programma alla portata di chi sta "gareggiando", così da poter raggiungere uno alla volta gli obiettivi che ci si è proposti fino a tagliare il traguardo sani e salvi. Per far tutto ciò è quindi necessario render cosciente la persona che eventuali "cadute/sconfitte" son da mettere in conto e non vanno quindi viste come fallimenti, bensì come eventualità costruttive e funzionali da cui imparare per conoscere la Verità, come per affinare e completare tecniche e mezzi che resteranno a nostra disposizione tutta la vita. In questo modo anche il bene che viene dall'aver saputo far buon uso delle informazioni trovate esaminando una sconfitta sarà motivo per accrescere l'autostima, che al contrario non verrà svalutata da uno "scivolone". Enorme l'importanza di sperare nel valore della Vita, cosa che va salvaguardata e ove mancante evidenziata dallo stesso terapeuta energetico non con chiacchiere sterili, bensì offrendo basi su cui poggiarsi e costruire. Qui entra anche il discorso relativo alla Religiosità che alberga nel "cuore" d'ogni essere umano (= predisposizione interiore a scorgere in ciò che ci circonda e nelle situazioni che viviamo un mistero più profondo, che è oltre la realtà rilevata dai nostri cinque sensi: sta alla base d'ogni esperienza religiosa e d'ogni Religione seguita; con fiducia lascia aperta la porta al futuro ritenendo che non è il caso a governare la propria vita), già toccato in altri articoli e su cui tornerò prima di terminare il presente. Cordiali saluti. Robino Mariano

giovedì 2 gennaio 2014

Terapia Energetica e crisi di identità 4 di 32

Introdotto l'argomento, fatto presente come sia sempre necessaria una crescita in consapevolezza per uscire sani e salvi da una crisi, ed evidenziato come tutto ciò sia possibile anche usufruendo dei mezzi che la Terapia Energetica offre (non curiose fantasie senza fondamento, ma Realtà più solide di quelle che si è abituati a considerare solide), passo ora a esaminare la transizione cui la crisi obbliga dal punto di vista dell'esperienza estrema. Nel corso della propria vita tutti prima o poi sperimentano delle situazioni d'estrema difficoltà che sembrano oltrepassare i propri limiti: abbiamo sempre fatto del nostro meglio per avanzare, tutto il possibile ogniqualvolta il cammino s'è fatto arduo e più faticoso è diventato proseguire, non ci si è risparmiati o nascosti davanti ai pericoli incontrati; improvvisamente un cataclisma, tutto ciò che abbiamo a disposizione, tutto ciò che fino a quel momento ci ha permesso d'uscire dai guai, si rivela insufficiente, inadeguato, inutile, in alcuni casi addirittura di impedimento; nulla di ciò che abbiamo nel nostro bagaglio conoscitivo sembra essere all'altezza della situazione. Tutto ciò lo avvertiamo come una nostra inadeguatezza e un senso d'impotenza e di paura ci pervade: la realtà incombe su di noi come un potente nemico, immenso il fronte su cui combattere; la situazione che abbiamo di fronte si rivela inaccessibile a qualunque interpretazione e riflessione, vigorosamente si ribella a ogni nostro tentativo di ordinarla dentro una qualche forma di pensiero conosciuto. È come essere sotto una cascata: in equilibrio precario su di un fondo non consolidato e sdrucciolevole ove pure l'appoggio può muoversi e i nostri piedi scivolare a ogni passo, martellati dall'acqua contro cui nulla possiamo, che dopo averci colpito invincibilmente ci scivola addosso e se ne va senza che noi si abbia la capacità di trattenerla e studiarla, rischiando, anzi, di cadere ad ogni movimento e ferirci sulle rocce che ci stanno intorno. Come non mai avvertiamo forte l'esigenza estrema e vitale di trovare un punto fermo e stabile per poterci aggrappare e riflettere in modo obiettivo e con un minimo di sicurezza su come venir fuori dalla "cascata" e scampare al pericolo. In simili situazioni di emergenza la nostra stessa identità sembra vacillare col rischio di crollare sotto i colpi implacabili e violenti di una realtà che non dimostra pietà alcuna, anzi, s'è fatta avversa e contraria: la realtà ci ha posto di fronte un "muro"; è ora di cambiare "percorso" per poter avere un'espansione di coscienza e divenir migliori; assai difficilmente, però, ce ne si rende conto, anzi, spesso si percepisce il tutto come nostra incapacità a procedere. Molte volte in questi casi si resta come "imbambolati", e invece di cercare aiuto per reagire in modo efficace si scivola in un vortice perverso che porta a dubitare di se stessi in modo via via sempre più radicale sino a giungere alle radici più profonde di ciò che siamo; lentamente ma inesorabilmente, più tempo passa senza trovar soluzione valida, più tutto ciò in cui abbiamo creduto e in cui ci siamo identificati prende a franare e gradatamente si disintegra, facendoci sentire dei "miserabili falliti" in balia degli eventi. Ecco che la crisi esistenziale è sì una crisi di identità, ma soprattutto è la crisi che colpisce la scala di valori che motiva i nostri pensieri, le nostre parole e azioni: l'autostima è in gravissimo pericolo, sempre più cala il valore di se stessi percepito e l'individuo si sente sempre più squalificato; se non giunge un valido aiuto il processo di annichilamento del valore soggettivo procede sino a riflettersi in una determinata identità che l'individuo "indosserà" subendola. Questo è un gravissimo errore. Occorre distinguere tra valore soggettivo e identità soggettiva; è bene che questa nel continuo divenire della vita si adatti alle mutate situazioni garantendo almeno la sopravvivenza e quanto più spesso possibile pervenga a crescite interiori che rendono la persona sempre più matura e migliore, in un certo qual senso può essere paragonata agli abiti che prima crescendo e poi invecchiando di volta in volta indossiamo nel corso della vita; ma, sebbene l'individuo cambia d'aspetto, è tuttavia sempre quel determinato lui/lei tanto appena nato/a, che giunto/a a 10 - 30 - 50 - … anni; il valore soggettivo è come la specie d'una pianta: un pesco, ad esempio, potrà divenir più o meno grande a seconda del terreno ov'è piantato, godrà d'una buona salute o sarà maggiormente esposto a malattie a seconda del luogo ove vive e adattandosi alle condizioni climatiche della zona ove si trova potrà dare maggiore o minor raccolto con frutti di buona o mediocre qualità, ma non diventerà mai un noce, o un banano, ecc.: l'intrinseco soggettivo valore di "pesco" rimarrà tale non solo per tutta la durata della sua vita, ma è già tale nel seme da cui germoglierà. Esiste uno stretto legame tra la sofferenza esistenziale e i mutamenti della struttura storico-sociale, che si manifesta in modo più evidente nella trasformazione costante dei ruoli sociali, a partire dai semplici rapporti tra i vari individui per salire poi in complessità. Il mutarsi dei ruoli porta anche al mutarsi dei rapporti e viceversa, si veda anche solo ad esempio quanta differenza si trova tra il momento in cui sono i genitori a prendersi cura dei figli non ancora autonomi e quando sono invece i figli ora adulti a prendersi cura dei genitori ormai anziani e non più totalmente autosufficienti. È pertanto chiaro come il tipo di rapporto che si instaura tra due persone definisca anche il ruolo che esse assumono tra loro e all'interno del gruppo/comunità cui appartengono; di conseguenza il ruolo è la dimensione socioculturale di un rapporto che ne costituisce invece la dimensione personale. Al di fuori di quei casi in cui l'affetto nutrito porta ad elevare sopra della convenienza un'amorevole sensibilità, comprensione e garbo, comunemente nel manifestarsi concreto del rapporto e del ruolo tra persone tra loro estranee si assiste al prevalere dei punti di forza del primo sul secondo. Come ho già evidenziato, non si può "aver cura dell'essere umano" se non si sa cos'è l'essere umano, ma occorre riflettere sul fatto che anche il singolo ha assoluto bisogno di conoscere la sua identità reale per essere in condizione di prendersi cura di se stesso. Quotidianamente la nostra attenzione è attratta dalle "illusioni" di questa realtà "superficiale" e ripartente in un'infinità di frammentazioni tra loro divise e sovente in "guerra", cosicché il tempo e le energie se ne vanno in competizioni e lotte che sovente non portano a ciò di cui si sente bisogno. Ecco che anche fermarsi per giungere a "conoscersi" diventa estremamente difficile e spesso non ci si rende neppur solo conto di non saper chi siamo. Nella prossima uscita prenderò in considerazione altre sfaccettature. Cordiali saluti. Robino Mariano