lunedì 24 agosto 2009

Intervento olistico, terza parte di 4

Per proseguire in modo chiaro mi ricollego a due concetti di cui ho già parlato. Avevo accennato nella prima parte al ritmo: continuo scambio dell’azione dei due poli opposti, modello di base della vita che conosciamo, la quale non è pertanto basata su un “o-o” come si è portati a pensare, bensì, riflettendoci, su un “e-e”, perché un polo esiste solo se esiste anche l’altro polo. Per chiarire porto l’esempio della natura fisica della luce: ad un tempo si presenta sotto forma di onda e ad un altro tempo prende forma corpuscolata e nascosta dietro questa ritmica alternanza di sembianze v’è la realtà unitaria della luce. Ho anche accennato all’evoluzione che porta alla comprensione dell’interdipendenza e come da questa si possa arrivare alla consapevolezza del significato di libertà:
  • l’unità è completamente libera nel suo agire e tutto ciò che la compone rispetta la legge dell’interdipendenza;
  • ma, è altrettanto vero che la completa libertà della singola unità non pregiudica la completa libertà delle altre unità, giacchè tutte rispettano il principio di giustizia insito nell’interdipendenza.
Da tutto ciò arriviamo al concetto di equilibrio:
  • l’assoluta libertà = armonia dell’unità è data dalla condizione di costante equilibrio di forza tra i due poli;
  • l’uno non combatte l’altro, come potrebbe sembrare a prima vista, ma vicendevolmente si compensano.
Questo concetto lo si ritrova già, per esempio, nell’antica medicina cinese; a chi ad essa si avvicinava, come fondamento si faceva rilevare quanto fosse importante l’equilibrio tra i principi femminili YIN e quelli maschili YANG. Oggi, allo stesso modo la moderna scienza occidentale ci fa notare e comprendere, ad esempio, quanto sia importante il rispetto degli equilibri osmotici affinché vi sia l’omeostasi, condizione di stabilità interna degli organismi viventi, che deve mantenersi tale anche al variare delle condizioni esterne al corpo attraverso meccanismi autoregolatori: mantenere l’equilibrio attraverso continue compensazioni è fondamentale per la sopravvivenza. Non trovando fondati motivi per dubitare di quanto suesposto, penso di poter ritenere che è indubbiamente il costante equilibrio della propria libertà nell’interdipendenza delle libertà a produrre l’armonia che è alla base della vita; d’altronde è davanti agli occhi di tutti come nei gravi casi di disarmonia, quando nessun tipo di cura riesce a riportare all’equilibrio perduto, sempre sopravviene la morte di quell’individuo. . . . Riflettendoci, però, che cos’è la MORTE se non solo e sempre il polo opposto della VITA? Entrambe fanno quindi parte di un’unità superiore, che non viene certo scossa dai disequilibri delle unità inferiori: ad ogni livello superiore i meccanismi di compensazione sono sempre più efficaci e perfetti; come risulta per altro chiaro ricollegandosi al discorso fatto sulla terapia energetica. Non proseguo perché questo è un “discorso” che viene portato avanti da millenni e non v’è modo col linguaggio polare di poter porre termine al “dibattito”. Tuttavia il far presente questi concetti è indispensabile per fornire una seria spiegazione del perché i trattamenti fatti secondo una visione olistica seguono un percorso diverso dagli altri: non si cerca lo scontro per vincere su malesseri e dolore, bensì la ripresa dello stato di collaborazione interna che riporta alla perduta armonia, cui è collegato e dipendente lo stato di benessere. E’ pur vero che un articolo scritto su un giornale elettronico dovrebbe essere qualcosa di leggero, che incuriosisce e la cui lettura non richiede troppa attenzione, ma al tempo stesso da piacere, altrimenti si corre il rischio che alcuni , vuoi per il poco tempo a disposizione come per qualsiasi altro motivo, decidano di curiosare altrove. E sono ben conscio che soprattutto questi ultimi miei non rispondono a queste caratteristiche di piacevolezza e leggerezza. Tuttavia l’importanza dei concetti esposti è tale per la corretta spiegazione e comprensione del discorso olistico nel suo insieme, che ho dovuto correre il rischio di avere qualche lettore in meno, di far fare a qualcun’altro più attenzione di quanto si sarebbe aspettato, al fine di fornire un’informazione quanto più possibile chiara e rispettosa sia dell’argomento che del lettore a questo interessato; spero che ci sia anche qualcuno che apprezza questo sforzo. Nel prossimo articolo presenterò i collegamenti tra questi concetti e l’operatività terapeutica olistica. Ora non mi resta che scusarmi per l’attenzione richiesta per la lettura di quanto presentato e porgere cordiali saluti a tutti.

giovedì 13 agosto 2009

Intervento olistico, seconda parte di 4

Riprendendo è il caso di considerare come il concetto di evoluzione degli esseri umani (ho scritto umani e non viventi per non allargare il discorso ad un livello difficilmente sondabile) riguarda il processo che va dallo stato di dipendenza, classico dei primi anni di vita, a quello di indipendenza dell’età adulta. Se non ci si ferma all’apparenza, ci si rende conto che tutto ciò porta ad un altro risultato quanto mai chiaro oggi che viviamo in un mondo globalizzato: s’arriva alla consapevolezza del reale stato di interdipendenza e come unicamente dal riconoscimento di questa verità si possa arrivare alla vera libertà, che non priva alcuno di tutta la propria effettiva libertà, garantendo nel contempo sia qualitativamente che quantitativamente uguale libertà ad ognuno. Ho evidenziato questo concetto perché mi sarà utile dopo; ma nessuno pensi che voglia utilizzarlo per entrare in campo filosofico e/o religioso: mi limito all’area dell’attività presentata sul sito e cioè azioni dirette a dare sollievo a chi ne sente il bisogno. Volendo fornire qualche delucidazione sull’approccio olistico usato specialmente in quelle che vengono denominate medicine non convenzionali, ritorno al concetto di unità. Per semplificare la possiamo simbolizzare col numero 1; ma, anche se può sembrare che dica un’assurdità, polarmente parlando si conosce prima il 2 e poi con fatica e non sempre s’arriva a 1: all’inizio 1 è incomprensibile, addirittura invisibile. Infatti, ad esempio, conoscere il significato di caldo presuppone che contemporaneamente si conosca anche il significato del suo opposto freddo: è dal confronto che viene la distinzione tra i 2 e da questo procede il nostro apprendimento, ne consegue che conosciamo per opposti, non unitariamente. Sperando di riuscire a rendere più chiaro il fatto ricorro ad una visione geometrica di tutto ciò:
  • 1 lo si può riconoscere come un punto, ma il punto non ha dimensioni;
  • Come può un essere umano immaginarlo?
  • Nella nostra immaginazione ce lo figuriamo sempre con un’estensione, ma,
  • per microscopica che sia sarà sempre una superficie più piccola di qualcosa che al confronto è più grande!
Ecco che siamo tornati al 2, perché il normale stato di coscienza dell’essere umano soggiace alla polarità; concretamente ci si pone sempre di fronte all’alternativa polare dell’o-o: o è giorno, o è notte; o è asciutto, o è bagnato; ecc.. Ho precedentemente portato l’esempio della respirazione perché, essendo un fatto di facile comprensione, confrontandolo con quanto ho esposto dopo aiuta a capire quanto difficile sia percepire l’unità; ma al tempo stesso è come la luce di un faro che spezza le tenebre, cosicché porta alla consapevolezza di come il constatare che normalmente non si riesca a percepire l’unità di quanto abbiamo davanti agli occhi come realmente è, non legittima a dedurre che questa unità non esiste, anzi, per coloro che non hanno timore di mettersi in viaggio può essere ottimo stimolo per dare il meglio di se stessi nell’affrontare l’impresa ed arrivare alla meta: AD AUGUSTA PER ANGUSTA = alle cose eccelse non si arriva che attraverso alle difficoltà. Un mezzo che ognuno di noi ha a disposizione per arrivare a percepire quest’unità fondamentale, che come dicevano gli antichi egizi è celata dal velo di Iside, è la meditazione. Non c’è un solo modo di meditare, c’è chi preferisce metodi orientali, chi metodi occidentali, chi entra in meditazione attraverso l’intima preghiera . . .; non saprei indicare un metodo migliore rispetto ad un altro, l’importante è arrivare a percepire col “cuore” anziché col cervello: il cervello ha dei limiti che il “cuore” non ha. Non si pensi che sia un gioco e neppure che si possa fare istantaneamente; inizialmente potrà anche essere deludente, ma se non ci si arrende e si affrontano le difficoltà con impegno, costanza ed anche sincerità verso se stessi, i risultati potranno ripagare delle fatiche. La sorpresa sarà il rendersi conto d’essere consapevoli di qualcosa che non si riesce ad esprimere a parole: il linguaggio a mezzo del quale comunichiamo è legato e perfettamente adattato al mondo materiale-polare in cui viviamo, mentre la meditazione comprende questo mondo, lo trascende e va oltre, cosicché questo linguaggio si trova ad essere inadeguato per esprimere compiutamente queste nuove conoscenze. Non ci si deve rammaricare, anzi onestamente occorre riconoscere il valore di questo linguaggio, così come una persona adulta è bene riconosca il valore di tutti i passi avanti fatti nel corso della sua vita, ma altrettanto onestamente sa che impegnandosi può andare oltre: non ho detto che deve, bensì che può e non è una differenza da poco. Penso ci sia già qualcosa su cui riflettere, quindi un arrivederci a tutti al prossimo articolo. Robino Mariano

lunedì 3 agosto 2009

Intervento olistico, prima parte di 4

Ho cercato di rendere vivo questo sito proponendo argomenti diversi in vari articoli. Questo è stato anche un mezzo per rendere più chiara la gamma di servizi offerti. Ora mi sembra arrivato il momento di soffermarmi sul significato di “intervento olistico”, almeno per come lo intendo io. E’ logico infatti chiedersi quale sia la differenza di fondo che c’è tra gli interventi tradizionali, che hanno un loro innegabile valore e sulla cui utilità pratica non si discute, ed un intervento come quelli presentati. La differenza sta nella partenza, che porta a seguire un percorso diverso per arrivare alla meta, che è comunque sempre quella di migliorare la qualità della vita di chi sta patendo eliminando per quanto possibile le cause della sofferenza. Nell’approccio olistico non ci si dimentica mai che l’essere umano nella sua vita è costantemente obbligato a confrontarsi con la legge della polarità: tutto ciò che si manifesta ai nostri occhi od alla nostra immaginazione è sotto forma di due poli, maschile - femminile, buono – cattivo, bello – brutto, ecc.; ogni concetto ha il suo polo opposto. Olisticamente si pensa che scopo di questo cammino (vita umana) sia il superamento della polarità, così da poter vedere la “luminosità” dell’unità che comprende entrambi i poli e poter quindi da questa essere illuminati. A tal proposito si può ricordare l’enigma della Sfinge: “Che cos’è che al mattino va su quattro gambe, a mezzogiorno su due ed alla sera su tre?”. Chi non sapeva rispondere moriva. Si narra che Edipo si sia salvato rispondendo:”l’uomo!”. Infatti, all’inizio della vita “gattona” usando sia braccia che gambe per muoversi, una volta cresciuto è in grado di camminare su due gambe, ma, giunta la vecchiaia ha la necessità d’aggiungere un bastone (terza gamba) su cui appoggiarsi. Riflettendo su questo indovinello e la sua risposta si perviene però ad un significato più profondo:
  • il numero 4 è anche il simbolo della materia, a mezzo della quale l’essere umano può provare piacere e sofferenza, debolezza ed inquietudine, ecc.; ma,
  • è attraverso il confronto con la materia che ha la possibilità di evolversi ed arrivare alla consapevolezza della polarità, simbolizzata dal numero 2.
  • Se l’essere umano non supera questo livello gli diventa impossibile trovare serenità duratura, ecc., perché dalla polarità viene anche il cambiamento.
  • E’ solo superando tutte le prove, compreso l’esame finale imposto dalla polarità, che l’essere umano può arrivare alla consapevolezza dell’unità in cui la polarità è compresa e “vinta”.
Al fine di presentare un esempio che semplifichi questo discorso ricorrerò alla respirazione:
  • la respirazione è composta di due azioni contrarie, ma l’infante respira e non si pone il problema.
  • Crescendo diviene consapevole di inspirare e poi di espirare e gli è chiaro che sono due azioni tra loro diverse: è arrivato a concepire la polarità.
  • A prima vista può pensare che si possa eliminarne una e mantenere solo l’altra, ma non gli ci vuol molto per capire che se non espira non può neppur più inspirare: primo passo verso la consapevolezza dell’esistenza dell’unità.
  • Riflettendo comprende che l’unità, cioè la respirazione è composta da due forze che viste singolarmente sembrano antagoniste, mentre in realtà non hanno autonomia d’azione propria, giacchè l’autonomia è esclusivo appannaggio dell’unità che come capo indiscusso può utilizzarle in modo ottimale per il mantenimento in vita dell’organismo; inoltre ora comprende che non ne può eliminare una delle due senza eliminare anche l’altra, infatti se non inspira non può neppure espirare: è giunto a concepire l’esistenza dell’unità che le governa entrambe;
  • Ora non gli resta che superare l’esame finale e cioè comprendere che non si può eliminare l’unità senza eliminare la vita: se non si respira sopravviene la morte; ed a meno di non voler accettare la realtà, non possono esserci dubbi in proposito. Ma, non voler accettare la realtà impedisce forse che quest’ultima abbia l’ultima parola?
Forse detto così può sembrare semplicissimo, ma a complicare le cose troviamo un altro importante aspetto della realtà materiale e cioè il continuo scambio, ad esempio, tra inspirazione ed espirazione che produce un ritmo ed il ritmo è il modello di base della vita che conosciamo; ma ritmo vuol dire anche alternanza, mentre l’unità non alterna la sua esistenza con l’esistenza di un’altra unità, inoltre ogni unità (non semplicemente ciò che può apparire un’unità) continua ad esistere secondo la propria natura: a mutare è ciò che appare, non ciò che è. C’è ancor troppo da esporre per farlo in un’unica uscita, per cui riprenderò col prossimo articolo. Cordiali saluti a tutti.