giovedì 15 aprile 2010
Il terapeuta energetico, parte 4 di 17
Ho detto che, secondo quanto ho imparato, anni di studio formano degli ottimi tecnici altamente preparati, ma non dei terapeuti energetici. Con tutto ciò non voglio certo mancar di rispetto a qualcuno o sminuire alcunché, essendo questa una linea di pensiero che umanamente non pretende l’infallibilità.
Prima di fare esempi che aiutino a comprendere in che modo lavora il terapeuta energetico, ritengo utile spendere “due parole” per spiegare il motivo di tanta odierna avversione per quelle tecniche che utilizzano a scopo terapeutico quella che viene definita “energia”: non saprei come altrimenti chiamarla; purtroppo il termine è usato anche per l’energia elettrica, o nucleare, ecc. e questo è motivo di confusione. Non vi sono ancora mezzi per misurare con precisione certa questa forma di energia al di sopra delle nostre attuali conoscenze, diventa quindi impossibile seguire il metodo scientifico degli esperimenti riproducibili e per vari motivi, a volte semplicemente per “faciloneria”, viene quindi “bollata” come non scientifica e conseguentemente privata della dignità che le è propria.
Nutro seri dubbi sul fatto che ciò sia “cosa buona”. Al tempo di Galileo Galilei, ad esempio, pietre, corde, pezzi di legno, erano considerati “oggetti volgari”, cioè cose non degne d’essere studiate, ma legando una pietra ad un pezzo di corda e studiando cosa succedeva, come per incanto Galilei scoprì le leggi del pendolo.
Altra considerazione: nonostante tutti gli studi e gli esperimenti scientifici, fino al 1947 nessuno sapeva dell’esistenza di quei processi fisici che son detti “virtuali”, ma non per questo non esistevano e non producevano i loro risultati anche prima . . . ed allora?
Da che mondo è mondo ci sono stati innumerevoli stravolgimenti nel modo di affrontare la vita e ciò che ci circonda; ciò è ben evidenziato nel T’AI – CHI T’U, detto anche diagramma della realtà ultima: è il simbolo cinese che rappresenta YIN e YANG. Confuciani e taoisti credono che ogni volta che una situazione si sviluppa fino alle sue estreme conseguenze, essa sia costretta ad invertire il proprio corso trasformandosi nel suo opposto: il cerchio bianco all’interno del nero e quello nero all’interno del bianco rappresentano il concetto che ogni volta una delle due forze raggiunge il suo massimo già al suo interno contiene il seme del suo opposto.
Per questo motivo non partirò da periodi storici lontani per spiegare il mio punto di vista e neppure andrò fuori dal contesto occidentale in cui vivo.
Secondo un’accettata suddivisione la storia d’Europa è composta da quattro grandi epoche: classica, medievale, moderna e contemporanea.
Non farò cenno a fatti precedenti il Medioevo, anche perché troppo distanti dall’odierno “modo di pensare”. Col Medioevo inizia invece un processo che attraverso i secoli ha portato ad una sempre maggior rivalutazione della materialità, a grandi scoperte, ma anche, negli ultimi decenni, ad un sempre maggior “senso di smarrimento” insieme a scontento e malessere: evidentemente l’essere umano non ha bisogno solo di materialità e, probabilmente, quest’energia di cui parlo fa anche da ponte tra ciò che è materiale e ciò che non lo è.
Con la fine dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) inizia il Medioevo con i suoi cambiamenti politici e culturali, la nascita delle Università, la Rivoluzione Commerciale con un’impennata di scambi economici e culturali tra Oriente ed Occidente, cosicchè si assiste alla nascita delle prime banche in senso moderno, delle prime forme di assicurazione e delle prime società mercantili-imprenditoriali con succursali nei luoghi commercialmente più importanti; al passaggio da un sistema produttivo artigianale dove si produceva su richiesta, ad un sistema manifatturiero che produce per vendere.
Naturalmente i cambiamenti non avvengono “di punto in bianco”, ma col continuo susseguirsi di generazioni di individui. Ecco quindi il Rinascimento che, partendo da Firenze, si sviluppa all’incirca dalla seconda metà del XIV secolo fino al XVI secolo, amalgamandosi sia agli ultimi anni del Medioevo che ai primi dell’Età Moderna e maturando un rinnovamento culturale e scientifico: si giunge ad un nuovo modo di concepire il mondo e se stessi; il singolo individuo è ora visto come un soggetto unico in tutto il creato, in grado di autodeterminarsi e coltivare le proprie doti a mezzo delle quali potrà costruirsi la propria “fortuna” ed anche dominare la natura modificandola. Evento importantissimo è la “scoperta del Nuovo Mondo”, che allarga enormemente l’orizzonte degli Europei e sposta di fatto il fulcro del commercio dal Mar Mediterraneo verso il Nord Europa e l’Oceano Atlantico.
Eccoci arrivati all’Era Moderna che terminerà all’incirca con la fine della I Guerra Mondiale. In questo periodo grande peso nel formare l’attuale idea di scienza l’hanno avuto l’italiano Galileo Galilei (1564 – 1642), astronomo, matematico, fisico e filosofo, Renè Descartes (1596 – 1650), filosofo e scienziato francese, Isaac Newton (1642 – 1727), fisico e matematico inglese, solo per citare quelli che secondo me sono i più conosciuti e possono essere visti come “pietre miliari”.
Particolare importanza all’interno dell’argomento del presente articolo riveste, a parer mio, il pensiero di Renè Descartes italianizzato in Renato Cartesio, che nacque in una famiglia di piccola nobiltà e fu educato presso il collegio gesuitico di La Fleche.
Abbandonò gli studi, prese parte alla guerra dei Trent’anni ed in quel periodo ebbe l’ispirazione di una filosofia profondamente rinnovata e staccata dall’impostazione Scolastica: in quell’epoca il libertinismo sottoponeva a critica le credenze religiose, abbattendo teorie teologiche e metafisiche spiegandole come semplice residuo storico, o come affermazioni di ordine psicologico.
Con l’educazione ricevuta Cartesio cercò una soluzione, arrivando a consigliare di “non ammettere come vero nulla che non si fosse riconosciuto con evidenza per tale” ed evitando nel contempo precipitazione e prevenzione nel giudizio.
A determinare l’evidenza della conoscenza sono quindi l’esperienza nella sua trasparenza e la libertà quale capacità dello spirito umano di separare la percezione da ogni altra cosa; rovescio di questa “moneta” è l’esercizio del dubbio, attraverso il quale è possibile decidere di considerare come false tutte quelle verità che non siano state dimostrate senza ombra di dubbio.
Penso d’aver già proposto non pochi spunti di riflessione, inoltre avendo ancora da presentare la parte del pensiero cartesiano utile a questo articolo, per stringato io possa essere penso sia troppo per una singola uscita.
A tutti i miei più cordiali saluti.
giovedì 1 aprile 2010
Il terapeuta energetico, parte 3 di 17
La presentazione dell’argomento per essere chiara e non dar adito a fraintendimenti ha dovuto, giocoforza, essere forse pesante da leggere e le riflessioni richieste sono il minimo che un terapeuta energetico (con la formazione che io ho ricevuto) possa consigliare, senza per questo obbligare nessuno.
Ora mi è possibile portare il discorso ad un livello molto più piacevole proponendo una poesia di Giosuè Carducci (1835 – 1907) facente parte delle Rime Nuove scritte tra il 1861 ed il 1887: CONGEDO.
Lui la scrisse per descrivere la figura del POETA; ma, sostituendo al termine poeta quello di TERAPEUTA il gioco è fatto: per molti versi ben s’adatta a descrivere la figura ed il lavoro del terapeuta energetico . . . se fate attenzione a quanto ho già scritto al riguardo nei precedenti articoli non sarà difficile vedere i punti di collegamento.
Mi scuso, ma per problemi di spazio non posso rispettare l’ortodossa impaginazione, che sola renderebbe in pieno l’incisività di questa splendida e vibrante canzonetta:
- Il poeta , o vulgo sciocco, un pitocco non è già, che a l’altrui mensa via con lazzi turpi e matti porta i piatti ed il pan ruba in dispensa.
- E né meno è un perdigiorno che va intorno dando il capo né cantoni, e co ‘l naso sempre a l’aria gli occhi svaria dietro gli angeli e i rondoni.
- E né meno è un giardiniero che il sentiero de la vita co ‘l letame utilizza, e cavolfiori pe’ signori e viole ha per le dame.
- Il poeta è un grande artiere, che a ‘l mestiere fece i muscoli d’acciaio: capo ha fier, collo robusto, nudo il busto, duro il braccio e l’occhio gaio.
- Non a pena l’augel pìa e giulìa ride l’alba e la collina, ei co ‘l mantice ridesta fiamma e festa e lavor ne la fucina; e la fiamma guizza e brilla e sfavilla e rosseggia balda audace, e poi sibila e poi rugge e poi fugge scoppiettando da la brace.
- Che sia ciò, non lo so io; lo sa Dio che sorride a ‘l grande artiero.
- Ne le fiamme così ardenti gli elementi de l’amore e de ‘l pensiero egli getta e le memorie e le glorie de’ suoi padri e di sua gente.
- Il passato e l’avvenire a fluire va ne ‘l masso incandescente.
- Ei l’afferra, e poi de ‘l maglio co ‘l travaglio ei lo doma su l’incude.
- Picchia e canta. Il sole ascende, e risplende su la fronte e l’opra rude.
- Picchia. E per la libertade ecco spade, ecco scudi di fortezza: ecco serti di vittoria per la gloria, e diademi a la bellezza.
- Picchia. Ed ecco istoriati a i penati tabernacoli ed a ‘l rito: ecco tripodi ed altari, ecco rari fregi e vasi pe ‘l convito.
- Per se il pover manuale fa uno strale d’oro, e il lancia contro ‘l sole: guarda come in alto ascenda e risplenda, guarda e gode, e più non vuole.
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