giovedì 12 dicembre 2013

Terapia Energetica e crisi di identità 3 di 32

Visto il peso che dolore, paura e personalità hanno nel risultato cui la crisi porta, è il caso di far presente come tutto ciò sia un processo in continuo divenire che prende inizio col concepimento
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secondo una linea di pensiero orientale cui dedico solo un accenno, esiste un ciclo delle rinascite: tutto prende inizio non da quando lo spermatozoo maschile feconda l'ovulo femminile portando alla formazione nel ventre materno del/la nascituro/a, ma dal momento in cui l'essere viene all'esistenza. Ciò che fa agire volontariamente l'individuo è il desiderio = energia che risiede in ogni vivente e spinge al pensiero e alla sua messa in atto: ogni effetto dei nostri pensieri s'attacca all'individualità dell'essere e determina il suo futuro. Secondo la legge del Karman, l'energia d'ogni azione d'un essere senziente interagisce con tutto l'Universo, lo perturba e scatena una concatenazione di azioni-reazioni che alla fine ritorna come effetto finale sulla causa iniziale, ovvero l'essere che l'ha prodotta, ristabilendo così equilibrio, ordine e armonia. Secondo la legge del Dharma, ovunque l'anima rinasca col frutto delle sue azioni = karma segue le regole di vita del proprio stato; pertanto, se alla morte la catena non avrà riportato al nostro io anche l'ultima conseguenza dei nostri pensieri, il karman ci costringerà a rinascere tante volte quante ce ne vorranno per scontare tutti gli effetti causati e così riportare per quanto ci compete l'Armonia nello spazio-tempo. L'involucro karmico ricevuto in ogni rinascita è una base caratteriale dell'individuo, un insieme cioè di tendenze, pulsioni e desideri che vengono "ereditati" da ciò che siamo stati; l'anima, divina sostanza individualizzata, unendosi alla materia viene assoggettata a desideri, pensieri e azioni; si può quindi dire che la coppia pensiero-azione dipendente dal desiderio è la causa della schiavitù dell'anima e del dolore universale, ma è anche il mezzo che dobbiamo imparare a "controllare per fermarlo e scendere" così da non essere più schiavi del desiderio. Nel Bhagavad – Gita è riportato infatti il salutare ammonimento di Krishna: “Ascolta allora, un segreto assai grande e profondo, il Mistero Sovrano, Sublime e Puro. Per raggiungere la perfezione è necessario conquistare la Scienza dell’Unità, che è al di sopra della saggezza; è necessario elevarsi fino all’Essere Divino che è al di sopra dell’anima, al di sopra fin anche dell’intelletto. Ora, questo Essere Divino, questo Sublime Amico, è in ciascuno di noi. Poiché Dio dimora nel cuore di ogni uomo, ma pochi sanno trovarlo. Vedi, questa è la via della salvezza:
  • una volta che tu avrai scorto l’Essere Perfetto che è al di sopra del mondo e dentro te stesso, risolviti di abbandonare quel nemico che prende la forma del desiderio.
  • Dominate le vostre passioni.
  • Le gioie che nascono dai sensi sono la culla delle pene future.
  • Non limitatevi a fare il bene; siate buoni! Che il motivo dell’azione non sia nei suoi frutti.
  • Rinunciate al frutto delle vostre opere, ma ogni vostra azione sia come un’offerta all’Essere Supremo.
L’uomo che fa sacrificio dei suoi desideri e delle sue opere a Colui dal quale procedono i principi di tutte le cose, e dal quale è stato creato l’Universo, grazie a quel sacrificio otterrà la Perfezione. In Unità di Spirito raggiunge quella saggezza spirituale che è al di sopra del culto e delle offerte, e prova una Divina Felicità. Infatti, colui che in se stesso trova la propria felicità, la propria gioia e la propria luce, è tutt’Uno con Dio. Sappi ora che l’anima che ha trovato Dio è affrancata dalla rinascita, dalla morte, dalla vecchiaia e dal dolore; e beve l’Acqua dell’Immortalità”.
Secondo questa visione dell'esistenza, che ho riportato per completare l'esposizione e far riflettere sulle proprie "disgrazie" anche sotto un punto di vista diverso dalla mentalità di tipo occidentale e così trovare un ulteriore appiglio per reagire alle avversità con un deciso e forte "moto spirituale" tendente al proprio massimo bene, gli esseri umani e non loro soltanto sono inter-connessi e inter-agenti, quindi cor-responsabili dell'infelicità qui albergante. Vi sono non pochi punti di connessione anche con i due principali Comandamenti che Gesù Cristo evidenzia, come è riportato nei Vangeli:
  • "Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza." Questo è il più grande e primo comandamento.
  • Il secondo è: "Amerai il tuo prossimo come te stesso."
E significativa è la risposta dello scriba: "Egli è unico e non vi è altri all'infuori di Lui: amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici." Più anticamente già il profeta Osea aveva detto: "Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziati ed Egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed Egli ci fascerà . . . e noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il Signore . . . il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce . . . voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti." Non vado oltre, perché fare una lezione sulle Religioni non è tra gli obiettivi dell'articolo.
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e prosegue per tutta la vita; difatti il bambino impiega qualche tempo ad acquisire adeguatamente il senso della separatezza del Sé dall'oggetto (inizialmente la mamma e successivamente tutte le altre figure significative che vengono interiorizzate dal bambino), e ancor di più per esser capace di vere e proprie pulsioni (quella libidica, che nasce dalle interazioni con gli altri vissute come gratificanti, quella aggressiva, che si forma nelle interazioni con gli altri vissute come non gratificanti, fonte di insoddisfazione e/o di odio) organizzate; vi sono poi i cambiamenti nel passaggio alla fanciullezza, poi all'adolescenza, quindi alla giovinezza, dopodiché all'età matura, ecc.; inoltre possono venire in essere vari disturbi della personalità, ma come ho detto non voglio entrare in campo psicoterapico, non è il mio, quindi non approfondisco. Ogni passaggio cela margini di pericolo d'andare alla "deriva" come di rimanere "incagliati"; ogni volta che non ostante lo sforzo di chi ci è vicino si è in condizione di non farcela è bene ricorrere anche a terapeuti preparati, che sanno aiutare a trovare gli appigli necessari per venirne fuori di nuovo padroni della propria vita: il molto poco conosciuto lavoro del terapeuta energetico agirà principalmente su livelli in cui esistiamo, ma di cui non ne abbiamo consapevolezza, al fine di far trovare le forze, la spinta necessaria e gli strumenti per reagire in modo positivo all'accaduto; lo psicoterapeuta userà altri validi mezzi; di fatto il lavoro dell'uno non interferisce con quello dell'altro. Cordiali saluti. Robino Mariano

giovedì 21 novembre 2013

Terapia Energetica e crisi di identità 2 di 32

Esposto il fatto che il termine CRISI porta con sé il concetto di SCELTA e come la transizione che viene posta in essere dalla crisi offra anche la possibilità di crescere interiormente e maturare come persona; considerata l'importanza rivestita dall'identità dell'individuo e la sua messa in gioco nei momenti di crisi, quindi l'importanza di una analisi esistenziale per affrontare in modo completo la crisi, passo ora a considerare alcuni suoi sgraditi componenti. Il dolore, sgradito e sempre presente in una crisi, è tuttavia capace d'aprirci "portoni" che altrimenti rimarrebbero chiusi, permettendoci così d'allargare i nostri orizzonti e acquisire conoscenze cui mai diversamente saremmo giunti, migliorando così il percorso di continua crescita interiore: spiacevole per noi, ma è il dolore e non il piacere a spronarci sino a obbligarci a trovare vie e mezzi nuovi e di maggior valore per affrontare la vita. La sofferenza che viene da una determinata situazione non ha però lo stesso effetto su tutti, ma si adatta alla particolarità dell'individuo che la patisce, cioè entra in relazione col soggetto; il fatto che la sofferenza abbia una dimensione percepita soggettivamente deriva dalla particolarità/unicità della personalità dell'essere umano che la patisce legata alla situazione esistenziale e storica in atto. Basta guardarsi intorno con attenzione per rendersi conto di come la struttura della personalità, col suo bagaglio di idee, ricordi, sentimenti, speranze, ecc., unito al particolare temperamento del singolo, può presentare un ventaglio di possibilità che vanno da chi possiede caratteristiche tali da potersi permettere di sopportare elevati gradi di sofferenza sempre rimanendo padrone di sé, sino a chi non riesce a tollerare in sicurezza anche solo bassi livelli di sofferenza; e dal momento che ugual tipo di vita non produce ugual personalità, tanto che persone nate ed educate nella stessa famiglia possono presentare personalità assai diverse, è evidente che il temperamento, cioè l'insieme delle tendenze innate dell'individuo, ha grande importanza e dev'essere tenuto in seria considerazione dal terapeuta energetico quando s'appresta a parlare. In tanti momenti della vita, la capacità di tener duro e riuscire a sopportare la sofferenza ha deciso le sorti di una persona; in alcune situazioni addirittura della sua vita e della sua morte. In molti casi ciò che spaventa e deprime fino a portare alla rinuncia a fare quanto s'era deciso di fare, o solo fino a rendere la persona apatica e refrattaria alla vita di prima, altro non è che l'incapacità di reggere l'incertezza del futuro e la fatica di continuare a portare avanti l'impresa cui ci si era accinti . . . alla fine in chi cede troviamo sempre la vittoria della "paura di non farcela". Ne "I promessi sposi" troviamo un personaggio veramente pavido, don Abbondio, così descritto dal Manzoni: "non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, pria quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terracotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro."; è quindi una persona fragile, che, a differenza dell'eroico fra' Cristoforo, può essere facilmente sopraffatta dai prepotenti che la circondano; ha quindi tutte le ragioni per temere don Rodrigo, e per difendersi dai rimproveri del Cardinale Borromeo, altra figura forte e indomita, esordisce dicendo: "avrò torto io . . . Il coraggio, uno non se lo può dare.". Anche una persona di questo tipo a mezzo della Terapia Energetica può ricevere una salutare scrollata dall'Energia e dopo trovarsi meglio. A volte a metter in crisi il pauroso è il timore del cambiamento che l'eventuale suo gesto audace produrrebbe e non tanto l'ardire che il gesto richiede. Purtroppo capita d'essere così tenacemente ancorati all'"abitudine consolidata", che il cambiamento appare come un'avventura folle; ecco che tante volte si può ad esempio esser convinti d'aver paura di una persona, mentre in effetti la reale paura è del nuovo che quella persona può portare nella nostra vita; lo stesso vale in circostanze che ci mettono in condizione di non poter più avanzare "comodi e sicuri" sul solito conosciuto percorso; ma la tranquillità è un valore quando nel divenire degli eventi rientra nella serenità, che sola può portare alla felicità, non quando non è più tale divenendo, come in questo caso, "pietra d'inciampo" per raggiungere la serenità vera. L'abitudine in effetti porta a "rintanarsi" nel conosciuto e sperimentato, limitando, sino a privarne, della possibilità di sfruttare le occasioni che la vita offre . . . a volte finisce per divenire "attesa della vecchiaia" . . . ma dalla vecchiaia si passa solo più alla morte, ergo un'abitudine di questo tipo toglie parte della vita e ben si può accompagnare alla paura che a sua volta impedisce di vivere in libertà. L'autostima è la chiave del successo (divenir capace di godere di quanto la vita gratuitamente offre è un successo sempre, anche quando mai porterà alla notorietà e/o alla ricchezza, che essendo solo mezzi son falsi valori) e mezzo indispensabile per raggiungere la felicità; è sana forza interiore che permette di affrontare al meglio i cambiamenti sfruttandone ogni opportunità e così trarne il massimo vantaggio, . . . ma potrà mai esser veramente salda e sana in chi non sa scrollarsi di dosso abitudini e paure? Chiaramente lo psicoterapeuta prenderà in considerazione la dimensione soggettiva entro cui il dolore è percepito, che è costituita dallo sviluppo e dalla dinamica della personalità del/la paziente e da fattori culturali e ideali; analizzerà i fattori personali e culturali che non permettono al soggetto di vivere quel dolore autenticamente per quello che è. Se si riesce a togliere a quella situazione gli elementi di deficienza (= mancanza-insufficienza) personale e di deformazione culturale, che sono le "spine" che amplificano la percezione del dolore, si darà all'individuo la possibilità di entrare in un rapporto quasi dialettico con la propria sofferenza, e così scorgere i mezzi di ricerca necessari per evolvere sul piano spirituale trovando e scoprendo ciò di cui ha bisogno. Il terapeuta energetico permetterà al/la paziente di colmare la deficienza personale, di riconoscere la deformazione operata dalla cultura che ha assorbito e di trovare i mezzi di ricerca necessari al fine di evolvere - maturare e divenir pertanto capace di vivere consapevolmente la sua vita, sia a mezzo dell'Energia, che operando in ogni parte riparerà i danni e ripristinerà l'interconnessione tra i vari livelli, e comunicando quanto sente di dover dire, che rispondendo alle domande postegli/le nel corso del trattamento; naturalmente il paziente deve fare la sua parte (l'ho già messo in evidenza in altri articoli), ma quest'ultimo punto vale anche per lo psicoterapeuta. Cordiali saluti. Robino Mariano

giovedì 31 ottobre 2013

Terapia Energetica e crisi di identità 1 di 32

Visto per sommi capi il complesso di cause che possono portare alla crisi di coppia e messo in evidenza come, insieme alle Terapie Convenzionali, anche quella che io da anni chiamo Terapia Energetica (di cui nella mia pubblicazione relativa ai Trattamenti convenzionali - non convenzionali - collaterali - alternativi - complementari - ecc. ho fatto presente come ci siano differenze da altre terapie ove nel nome è compreso il termine energia) può essere di grande aiuto per uscirne in modo soddisfacente, passo ora a un tipo di crisi composto da numerose "sfaccettature" e che può avere effetti devastanti, ma può essere fronteggiato e superato in modo vantaggioso usufruendo del lavoro del terapeuta energetico. Anche se l'abitudine porta ad attribuire un'accezione negativa al termine "CRISI", etimologicamente questo rimanda al concetto di "SCELTA": momento in cui si è chiamati a decidere un cambiamento per far fronte a mutate esigenze e/o circostanze; di fatto è un periodo di trasformazione che separa una precedente maniera di comportarsi, da un nuovo modo di ESISTERE, quindi di confrontarsi col mondo che ci circonda e reagire alle situazioni che gli avvenimenti portano in essere. Appare quindi chiaro come la crisi rappresenti essenzialmente un momento di transizione che porta obbligatoriamente a un cambiamento. Pur essendo vero che s'accompagna a problemi - pericoli, è altrettanto vero che offre delle opportunità; ergo non può essere considerato unicamente un evento negativo, bensì un evento-rivoluzione più o meno ampia e profonda, che tutto ponendo in divenire determinerà una trasformazione. S'evidenzia così sia l'idea di scelta, bene prezioso legato alla libertà dell'essere umano, che l'importantissimo aspetto di possibilità di crescita - maturazione dell'individuo: ben gestita offre quindi la possibilità di conseguire importanti vantaggi e insieme di divenire migliori. Fondamentale è sia non esser lasciati soli di fronte all'iniziale smarrimento, come non chiudersi e voler rimanere soli ad affrontare quanto in fondo generando imbarazzo, confusione, timore, . . ., tende tanto a far sprecare inutilmente più energie di quante sovente si disponga, quanto a bloccare in difesa su posizioni intermedie senza giungere a vera soluzione. Poiché molte volte non si riesce a valutare in modo corretto e completo la situazione e si reagisce quindi in modo errato, trovandosi poi in una spiacevole o addirittura pessima condizione, come pure per il fatto che gli esseri umani hanno ottima memoria per quanto riguarda ciò che li ha fatti soffrire e di contro non buona memoria per il resto, è divenuto normale connotare negativamente la crisi. Va ora detto che "crisi esistenziale" e "crisi di identità" sono termini che possono fondersi tra loro, giacché spesso la crisi esistenziale si rende presente e attiva durante una profonda crisi di identità della persona che va normalmente a colpire una o più microidentità (ce ne sono legate agli affetti, siamo infatti figli - genitori - fratelli/sorelle - amici - ecc., altre legate al ruolo che abbiamo nella società, siamo infatti medici - idraulici - ingegneri - operai - ecc., altre legate a come ci vediamo nella nostra mente e quelle legate a come pensiamo ci vedano gli altri, ecc.); una grave crisi di una di queste identità può innescare una crisi esistenziale in quanto tutto ciò porta una seria incrinatura al senso stesso del nostro stare al mondo. Non voglio certo invadere il campo degli psicoterapeuti, ma per chiarire il concetto ritengo sia bene ricordare che l'analisi esistenziale è un percorso per conoscere se stessi al fine di trovare e curare le microlesioni nelle varie "sfaccettature" dell'essere d'una persona in tutti i suoi livelli di Vita; del resto già nelle antiche civiltà Greca e Romana s'insegnava che non si può "aver cura dell'uomo" se non si sa chi è l'uomo, dal momento che non si può conoscere qual è il bene dell'uomo se non se ne conosce l'identità; ecco perché è necessario portare l'essere umano sofferente in condizione di conoscersi (ri-conoscersi secondo quanto già più volte spiegato parlando dell'azione dell'intervento energetico secondo il metodo che io uso) davvero, acciocché si possano individuare mezzi e vie per poter uscire in sicurezza da quel "luogo insalubre", ove per "ignoranza" era accidentalmente giunto: fondamentalmente "nihil sub sole novum"; e, cosa già evidenziata in altri articoli, ulteriormente ciò motiva la necessità d'Umiltà nel terapeuta (sovente chi da pochi anni è venuto a conoscenza d'uno o più modi per intervenire con i vari mezzi che l'Energia mette a disposizione, si sente in un certo qual modo "esaltato", gli/le pare di AVERE nelle mani un potere eccezionale: nulla di più falso! Con gli anni, io ad esempio ho iniziato sul finire del 1972 a occuparmi di Energia partendo dal punto di vista Religioso e non avrei mai immaginato di poter giungere a scoprire tanto, chi si rende degno d'esser chiamato "Terapeuta" comprenderà d'esser solo un "utile operaio", giacché il potere decisionale ultimo è sempre e solo nelle "mani" dell'UNITA', da cui dipendono anche l'Energia e quanti "altri" operano nella Realtà). Spesso sintomi quali stati ansiosi, attacchi di panico, disturbi fobici, ecc., nascondono o derivano da queste microlesioni avvenute durante una fase di mutamento/adattamento della personale struttura per superare le prove che la vita continuamente pone di fronte. Ferma restando la validità dei mezzi riconosciuti e offerti dalla Medicina Convenzionale, è onesto ricordare come efficace sia pure l'aiuto che il terapeuta energetico può dare al/la paziente acciocché avanzi in sicurezza operando un po’ per volta le necessarie modifiche, sia agendo personalmente a mezzo del puro trattamento energetico: ripristinando una buona comunicazione tra i vari livelli, come riparando direttamente i "guasti" nei livelli ove riscontra "anomalie", sia rispondendo alle domande che possono venirgli/le poste da chi è venuto per essere curato/a, facendo a questi presente quanto il "sussurro energetico" ha reso evidente: sempre però con misura, giacché anche se è vero che tutto ciò che si dice deve rientrare in quanto s'è percepito, altrettanto vero è che ci vuole "buon senso" e non tutto può esser detto, ma solo ciò che il/la paziente in quel momento è in grado di comprendere/accettare-usare ed essergli/le così di giovamento. Di volta in volta si vedrà se aggiungere qualcosa, ma sempre e solo in funzione del massimo Bene di chi è venuto a chiedere il nostro aiuto. È l'articolo più lungo che abbia mai messo in rete; spero possa meglio spiegare a tutti cosa faccio, soprattutto a quelli che possono averne bisogno e trarne giovamento. Cordiali saluti. Robino Mariano

giovedì 10 ottobre 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 14 di 14

A volte in caso di morte del partner (ma anche in altri casi) ricominciare a essere protagonisti della propria vita e volgere i propri interessi anche al di là dei ricordi può sembrare inverosimile, ma fa parte del rispetto dovuto a se stessi, alla Vita e anche a chi ha fatto coppia con noi.

La peggior reazione dopo la fine del rapporto di coppia è chiudersi in se stessi, colpevolizzarsi (anche quando l’altro/a muore, c’è chi non sa darsi pace per non aver fatto questo o quello; non ha senso. Se in buona fede s’è fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità secondo la consapevolezza raggiunta, vuol dire che questo è conforme alle richieste di quell’Autorità che ha preso la decisione senza interpellarci. Occorre avere l’Umiltà d’accettare i propri limiti e quelli della scienza umana, aver Fiducia nella Vita che va al di là della nostra capacità di comprensione e non finisce con la morte!), cadere in una crisi di autosvalutazione, credere di non poter amare o di non poter essere amati più da nessun altro.

Indipendentemente dal provare il desiderio di trovare un/a nuovo/a compagno/a o no, riflettere sul come affrontiamo una separazione può aiutarci a conoscere meglio la nostra personalità. Anche nei casi in cui la perdita del partner annienta, nel vuoto della sua assenza e fondandosi sulla fiducia in sé e sull’importanza dei legami affettivi può venire in essere una rinascita personale: è un dono che l’Amore fa a coloro in cui abita . . . non per mettermi a fare catechismo (sarebbe irriguardoso verso chi non ne ha piacere), bensì per vedere il tutto sotto un’altra prospettiva, faccio presente che così come si può innalzare illimitatamente l’amore verso Dio, dirigerlo orizzontalmente verso il nostro prossimo, nulla vieta che lo si indirizzi “diagonalmente” verso chi continua a essere da noi amato anche se, dismesso quell'abito di carne, è stato portato a proseguire i suoi “studi” altrove: nulla è impossibile all’Amore, salvo il lasciarsi imprigionare in questa realtà ove il divenire rende sovrana l’incertezza e limita la libertà.

Come ho evidenziato, le separazioni fanno sempre male; sono lutti che volenti o nolenti ci troviamo a elaborare, traumi dolorosi soprattutto per chi viene lasciato/abbandonato. Essere vulnerabili è normale dopo una separazione, ma occorre aver sempre ben chiaro che in prima persona il lavoro lo possiamo fare solo su noi stessi; quindi, se altri pretendono di obbligarci (un’affettuosa spinta, un consiglio amichevole, un sorriso d’incoraggiamento, ecc. sono benvenuti, perché rispettano il nostro dolore e i nostri tempi; ma va oltre solo chi sta bene e ignorantemente non comprende dolore e angoscia che seguono l’abbandono/separazione, così da far sentire più triste e solo chi già soffre) a scherzare, ridere, mostrarsi disponibili, occorre saperli fermare con un chiaro “No!”: gli amici e i partner si possono scegliere!

Dal momento che l’unica certezza di quest’illusoria realtà in cui viviamo è il divenire, è ragionevole accettare che nella vita nulla è certo, come pure che per far ordine occorre aver prima fatto o trovato disordine. Nessuno si sottrae al divenire migliore o peggiore; quindi è un grave errore mettere da parte la propria vita per rendere la coppia più gradita al partner in una realtà come questa ove nulla è certo, tanto meno eterno.

La società in cui viviamo non è portata a elogiare i miglioramenti. Escluse le persone che davvero ci amano, nessuno ci dice “Bravo!” se facciamo bene qualcosa, ma di certo se commettiamo anche un piccolo errore ci vien subito fatto notare e occorre porvi rimedio, quindi . . . è bene per mantenere salda la stima in noi stessi imparare a gratificarci da soli; magari annotando i nostri progressi in un diario e non temere di dirci “Bravo/a!” ogniqualvolta col nostro pensare, dire e fare otteniamo un buon risultato; mai aspettare che ce lo dicano gli altri . . . facilmente non ce lo diranno mai. Questo è importante soprattutto per chi viene abbandonato/a e sente minata la sicurezza personale, tanto che in un primo tempo la propria identità viene messa a soqquadro: è facile giungere ad addossarsi la colpa, voler cambiare secondo quella che pensiamo essere la volontà dell’altro/a, senza tuttavia riuscire a prendere in considerazione che sempre ci sono colpe da entrambe le parti quindi anche pensieri, parole e azioni dell’altro/a sono da mettere in discussione, quasi che si viene abbandonati perché ce lo siamo meritati; così si cade “dalla padella nella brace” entrando nella fase separazione → frustrazione: l’unione è andata in frantumi, con essa molte delle proprie certezze e ci si trova indifesi a subire la dilaniante situazione di abbandono; nessuno pare in grado di aiutarci a far fronte alla “tragedia” che ci ha “investito” e il peso del dolore grava tutto sulle nostre spalle “fratturate” schiacciandoci . . . anche questa è una truffa perpetrata ai nostri danni da questa realtà illusoria che con ogni mezzo cerca di impedirci d’avere esperienza della Realtà vera e così vedere le cose come stanno. Le regole di questa nostra società, figlia della realtà in cui esiste, fanno si che l’educazione che riceviamo si basi sul giudizio e sulla critica soprattutto degli altri, impedendo quindi una piena consapevolezza dei fatti; e in modi diversi l’ho già spiegato negli altri articoli.

Per finire voglio quindi evidenziare che, essendo la Terapia Energetica un mezzo che guarisce attraverso la crescita interiore del/la paziente, può validamente aiutare, sorreggere e condurre chi ne usufruisce fuori dalla “malsana palude” in cui è venuto/a a trovarsi; quindi anche a riconoscere l’evidenza dei fatti, trovare il coraggio di dialogare col proprio dolore (che, come ho evidenziato, è un maestro che si prende cura della nostra istruzione, ma sa essere inflessibile e bocciarci se manca costante impegno e buona volontà.) analizzando con la necessaria calma le dinamiche spesso malate e consolidate che hanno portato alla rottura.

L’azione profondissima dell’intervento energetico aiuta dolcemente a dissolvere quel chiudere in modo sbrigativo la faccenda dicendo “è colpa di . . .” e affrontare senza paure e/o remore domande essenziali quali “Dove ho sbagliato? – In cosa ho contribuito?” ecc.: anche il comprendere perché lui/lei ci ha tradito o se ne è andato/a è un’occasione di crescita personale che porta a riacquistare e accrescere la propria sicurezza, oltre che migliorarci in ogni senso.

Da ultimo, essendone testimone, ricordo che possibile evoluzione dell’amore dopo la separazione può essere quella di s-gravarsi d’ogni componente carnale, comprendere ciò che per ignoranza del Bene s’è fatto e ciò che si sarebbe dovuto fare, quindi al di sopra d’ogni rivalità impreziosirsi trasformandosi non tanto in quello tra un fratello e una sorella, in cui questa realtà trova ancora qualcosa cui appigliarsi per far danno, ma quello tra due esseri che trascesa la materialità vivono liberi anche di frequentarsi senza che quant’è accaduto possa ancora dare sofferenza, tristezza o addirittura aprire la porta all’accidia. Non sempre ciò avviene in entrambi e chi non lo prova non può totalmente capire, ma la pace che ne viene a chi attivamente fa questo percorso è impagabile: non possiamo essere noi a poter dire “tempo scaduto!”.

Cordiali saluti.

giovedì 19 settembre 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 13 di 14

Come evidenziato, l’essere consapevoli che anche nei momenti che ci appaiono bui di fatto il sole continua a splendere in attesa che di nuovo riusciamo a vederlo, ci permette di scongelare le nostre risorse e forze positive così da voler riprovare a metterci in piedi, riuscirci e aver così sempre meno timore delle eventuali nuove cadute; un po’ come i bambini piccoli, che nonostante le molte cadute sono sempre pronti a rialzarsi e imparano a camminare: occorre comprendere e accettare che il “cadere” fa parte del modo d’apprendere in questa vita. Naturalmente più si invecchia meno si è propensi a questo cadere e rialzarsi in ritmica successione; si desidera tranquillità, sicurezza e sono poco graditi i cambiamenti.

Una separazione può comunque avvenire anche quando i figli sono cresciuti e sono andati a vivere per conto loro; ma di fronte a una relazione che dura da molti anni, quando s’arriva al momento di prendere la decisione di abbandonare il partner le paure e le insicurezze aumentano, il futuro può apparire come un grande e rischioso punto interrogativo: la vita condotta fino a quel momento e il rapporto con il partner, per quanto problematico, sono un terreno conosciuto ove si è imparato a sopravvivere e difendersi anche a prezzo d’una grande sofferenza emotiva; mentre non si sa nulla di ciò che ci aspetta dopo il troncamento della relazione, tanto che non è insolito temere il peggio.

Per molti la cosa peggiore è il timore di non trovare nessuno ed essere costretti a invecchiare nella solitudine; altri sono fortemente intimoriti di fronte alla prospettiva di cominciare da capo con una nuova relazione, magari nuovamente sbagliare e soffrire, si ha la precisa sensazione d’aver perduto la fiducia negli esseri umani dell’altro sesso. Non pochi pensano che interrompere una storia che rende infelici sarebbe più facile se si trovasse prima un’altra persona di cui innamorarsi, cosicché quel distacco non sarebbe più un salto nel vuoto; purtroppo sovente una relazione di questo tipo non è ugualmente importante per entrambi e finisce per essere fallimentare quando uno dei due prende il coraggio a due mani e lascia il vecchio partner portandola così all’esame della realtà: occorre darsi il tempo di riflettere sull’avvenuta separazione, ristabilirsi per poter camminare sulle proprie gambe e non aver bisogno di appoggiarsi a un altro/a; solo così, dopo, si potrà costruire qualcosa di solido.

Nel caso di una relazione che dura da molti anni è difficile trovare una soluzione per porle fine in un modo soddisfacente per entrambi. Spesso il vantaggio di uno rappresenta un dramma per l’altro, inoltre, nel lungo periodo vissuto insieme i due hanno dato esistenza a un insieme fatto sia di cose materiali, come la casa e gli oggetti che rappresentano comuni ricordi, che di relazioni quali comuni amicizie, ecc.; una casa ad esempio non si può dividere in due, sicché chi se ne va perde una parte del proprio “mondo”, mentre chi resta deve continuare a vivere in un luogo in cui tutto rimanda ai ricordi e alle esperienze di quando lì si viveva insieme; ma profondo è anche il rimaneggiamento dei rapporti con amici e parenti, giacché il cambiamento strutturale in una rete di rapporti stabili coinvolge anche tutte le persone che ruotano attorno a questi rapporti: ci sarà chi patteggia per l’uno e chi per l’altra, chi s’incontrerà solo più con l’uno e chi solo più con l’altra, ecc.; non di rado dopo la fine di una lunga relazione la percezione di mancanza di appoggio esterno può far aumentare il senso di solitudine e la paura del futuro: separarsi implica l’uscire da un universo relazionale e pure nei casi in cui si attribuisce all’altro/a la maggior responsabilità del fallimento della coppia, lo si vive comunque anche come un fallimento personale.

A qualunque età avvenga il distacco occorre elaborare per tutto il tempo necessario l’esperienza della distruzione della coppia e della separazione per arrivare a sviluppare un atteggiamento sereno e cessare di colpevolizzare l’altro o se stessi: siamo esseri umani, quindi imperfetti per natura e non si può ragionevolmente presumere d’essere indenni da errori. È dagli errori che possiamo imparare e divenire migliori; questa è la maturazione personale che permetterà di non focalizzarsi in modo esclusivo sull’altro e così non più considerarlo responsabile della propria felicità o infelicità, bensì di apprezzare quanto può donarci, convivendo con i suoi limiti e valutandolo/a in modo realistico.

Mai dimenticare che, anche quando si cambia il/la partner, il rapporto di coppia resta un continuo processo di crescita con obbligatoria disponibilità al contemporaneo cambiamento, ove ci si deve impegnare per rivedere in ogni momento le proprie aspettative con “i piedi ben poggiati per terra”, pronti a ricominciare da capo quand’è bene: il Massimo Bene va conquistato con ogni forza fisica, mentale e spirituale, capaci di temperanza, speranza e fiducia.

Visti i tre (quattro considerato quando non ci si assume le responsabilità del matrimonio) diversi periodi della vita in cui la coppia può rompersi (è psichicamente forte chi tronca la relazione; è più forte chi pur essendo pronto a fare il necessario per risanare la coppia, PER AMORE accetta che l’altro/a se ne vada pur sapendo che . . .), occorre non dimenticare un ultimo caso: la morte del partner.

Quando la morte impone la sua decisione l’essere umano avverte la sua assoluta impotenza e ben evidenti si mostrano i suoi limiti; quand’anche fosse stata presente una grave crisi di coppia, spesso come sabbia che scivola via tra le dita diventano i sentimenti di rancore per l’ex, il desiderio di rivalsa per i torti che si ritiene d’aver subito, ecc.; non può più essere preso in seria considerazione un fallimento affettivo, magari la frattura avrebbe potuto essere ricomposta e la coppia sarebbe tornata in buona salute, ma un’Autorità al di sopra dei due ha emesso l’irrevocabile sentenza; se invece la coppia era salda inizialmente tutti i pensieri di chi è rimasto vanno a chi è “partito” (chi co-opera con l’Energia VEDE benissimo che la morte altro non è che un passaggio indispensabile per proseguire vantaggiosamente nel processo di crescita in consapevolezza verso il nostro massimo bene e altro ancora, ma non lo può spiegare a chi non è pronto a trasformare in conoscenza queste informazioni), a volte non si riesce ad accettare che la perdita subita sia realtà incontestabile e alcuni tentano di evitare il dolore, scontrandosi però con l’impegno più penoso: riadattarsi a vivere in uno spazio che s’è costruito insieme alla persona amata, ora che non è più fisicamente presente.

Può non far piacere che venga messo in evidenza come il percorso di crescita in consapevolezza d’ognuno sia segnato da perdite e privazioni, in una società come quella odierna ove grazie a tutte le novità tecnologiche, che paiono fatte apposta per privare l’Umanità della dimensione dell’ascolto e dell’interiorizzazione, si fa di tutto per evitare che la gente si fermi a osservare, pensare, riflettere e far il punto della situazione, ma di fatto attraverso la rinuncia si può imparare a crescere: ciò che siamo, ciò che diventiamo è determinato dalle nostre esperienze di perdita e soprattutto dal modo in cui le viviamo, le metabolizziamo e dal fatto che ne restiamo schiacciati e vinti, o le superiamo da vincitori.

Cordiali saluti

giovedì 29 agosto 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 12 di 14

La spaccatura della coppia lascia sempre disorientati; errori comuni sono sia permettere al dolore di avvolgerci chiudendoci al mondo, come il continuare a correre dietro a chi ha deciso di andarsene per la sua strada e, caso peggiore tra i tre, usare i figli come arma di ricatto, scordandosi del rispetto dovuto ai loro sentimenti e del proprio compito di favorire in modo protetto l’evoluzione della loro maturazione sino alla separazione- individuazione. È più sano
  • fermarsi e con calma e costanza imparare a gestire il tempo per sfruttarlo al meglio, rispolverare i vecchi interessi, le amicizie “messe in sonno”, le attività cui nel passato ci si dedicava, ecc. = ri-trovarsi, rinvigorire la fiducia in se stessi e re-impostarsi per prendere in mano le redini della propria vita, risalire la china e avanzare verso nuove idee, nuovi amici, nuovi progetti e obiettivi, ricordandosi che per il proprio bene mai ci si deve allontanare da un comportamento moralmente sano;
  • sdrammatizzare passato e presente, anche imparando a sorridere alle difficoltà davanti a cui la vita ci pone: sono opportunità di crescita e l’ironia sa aiutare pure nei momenti più difficili, così come un sorriso alleggerisce il peso della sofferenza.
  • Quando però ogni tentativo si rivela inutile e le proprie forze insufficienti per difendersi e venir fuori “salvi” dal conflitto che la crisi ha generato anche dentro se stessi, quando nonostante tutto ci si sente annegare/soffocare, allora non ci si deve vergognare a chiedere ulteriore aiuto:
    1. tanto allo psicologo, che sosterrà e aiuterà il paziente nell’amara quanto fondamentale elaborazione dei vissuti d’ira, dolore, confusione e anche facendo emergere emozioni, sentimenti, pensieri e riflessioni;
    2. come al terapeuta energetico, che con azione più rispettosa dell’intimo sentire, voler dire e ascoltare del paziente (l’esito dell’azione terapeutica non è soggetto a quanto il paziente dice o tace, benché a ogni personale confidenza/richiesta si riceverà comunque dal terapeuta la miglior risposta in quel momento possibile) lo sosterrà aiutandolo con l’Energia a ri-trovarsi, esaminare l’accaduto in ogni sua componente e ri-organizzare i collegamenti tra i vari livelli in cui esiste: questa terapia non intralcia quella dello psicoterapeuta, quindi non necessita d’essere fatta prima di iniziare o dopo aver terminato quella psicologica.
Con questi aiuti passo dopo passo l’individuo può consapevolmente riconoscere cosa in effetti sia quella perdita inizialmente vissuta-subita con dolore, cosicché diviene possibile riconoscere la stima che si merita e così dare impulso al ri-equilibrio interiore maggiormente cosciente di chi è e di cosa è utile al suo bene. Passo ora a considerare la divisione della coppia alla stregua d’una “caduta”, a mò di metafora per indicare tutti i casi in cui ci si rammarica di qualcosa, ad esempio non riuscire a raggiungere gli obiettivi desiderati, vedere disattese aspettative e desideri, ecc.: sono tutte esperienze spiacevoli. Ecco che la fine di una relazione di coppia per certi versi è simile alla promessa di un lavoro che poi non c’è, un licenziamento contro cui nulla si può, una promozione boicottata, un duro rimprovero ricevuto di fronte a chi mai avremmo voluto assistesse, un obiettivo mancato, una bocciatura, un grave insulto subito, una menomazione fisica in seguito a un incidente, un tradimento da parte di qualcuno in cui riponevamo grande fiducia, un fallimento, ecc.; tutti momenti in cui “aleggia” la sensazione che non ci possiamo fare niente, che la nostra vita è un fallimento, i nostri progetti un disastro, ecc.; spesso portano a considerare il catastrofismo come una verità assoluta e impossibile da dissolvere, tanto da fiaccare speranza e coraggio e permettere che come ceneri e fumo eruttati dai vulcani possa oscurare il cielo della nostra mente.

Prendendo come esempio la realtà di tutti i giorni ci si accorge che volendolo non è impossibile trovare modo e occasione per potersi rialzare. Non è infatti così raro trovare persone che in un primo momento si erano sentite “abbattute” dalla fine della relazione e che a distanza di tempo ringraziano l’avvento di quel fatto, a mezzo del quale è stato possibile trovare sulla loro strada una persona capace di amarli in modo adeguato alla loro personalità similmente a quanto accade a chi, fortemente rattristato/a dall’esperienza del fallimento, a distanza di tempo s’accorge come imparando quanto quegli stessi fallimenti gli/le hanno insegnato concepisce ora idee brillanti che permettono di costruire importanti successi; parimenti a persone che si sono sentite inizialmente distrutte quando hanno saputo d’avere una grave malattia, però poi nel tempo s’accorgono che solo grazie a quell’accidente hanno potuto scoprire e godere di aspetti e dimensioni della vita di cui prima non si accorgevano; come pure uomini e donne portatori di menomazioni fisiche che non si sono dati per vinti e con costante volontà, speranza e fiducia in se stessi hanno potuto sviluppare oltre i normali limiti altre abilità personali, così da compensare altre mancanze e/o inefficienze; ecc.

È quindi chiaro che le convinzioni catastrofiche che possono assalirci nei momenti critici sono per lo più pericolose illusioni; del resto tutta questa realtà polare è fondamentalmente illusoria. Basta avere il coraggio e la costanza di raccogliersi in se stessi e ripercorrere mentalmente le tappe della nostra vita, per divenire coscienti della falsità di fondo presente nelle volte in cui abbiamo pensato in modo catastrofico di non potercela fare, che ci sarebbe stato impossibile risollevarci da quella situazione, ecc.: la vita è paragonabile a un corso di studi molto “particolare”, ove le insufficienze sono corrette con l’avvento di situazioni dolorose, in quanto il Dolore è l’unico “maestro” capace di farsi ascoltare da chiunque; non ci è dato di sapere quante volte cadremo e soffriremo, per lo stesso motivo nessun pensiero catastrofico può vedersi riconosciuto potere premonitore riguardo al futuro che ci attende . . . l’UNITA’ ci ha donato la Libertà e solo noi siamo responsabili dell’uso che ne facciamo; occorre quindi imparare a diffidare delle tentazioni cui il catastrofismo ci sottopone nei momenti in cui cadute fortemente spiacevoli portano nebbia e confusione nella nostra mente, quindi tenere a bada i pensieri catastrofici . . . potremmo troppo tardi pentirci amaramente di quanto fatto assecondandoli. È quindi saggio imparare a prendere le distanze dal catastrofismo e da quanto ne viene generato; questo lavoro produrrà ottimi frutti, anche se occorrerà sempre fiduciosa speranza per attraversare i momentanei periodi bui sorretti dalla consapevolezza che al di sopra del denso e acre fumo che tutto oscura e raggela il sole continua a splendere nel cielo e di nuovo ne godremo.

Percorso difficile se ci si rifiuta di prendere in esame il carattere trascendentale dell’esistenza; ora, se sappiamo che per farsi un’idea chiara occorre guardare in alto, in basso, a destra, a sinistra, davanti, dietro, tener conto del tempo, ecc., qual fondato motivo impedisce di guardare anche all’aspetto trascendentale e non rifiutare d’affidarsi al terapeuta energetico?

Cordiali saluti.

giovedì 8 agosto 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 11 di 14

Passo ora a quei casi in cui non vengono trovati i mezzi per superare la crisi, l’equilibrio si rompe e i due si separano, con conseguenze più o meno gravi a seconda del livello di consapevole maturità raggiunto dai singoli.

Dal punto di vista psicologico la perdita dell’essere con cui s’era deciso di dividere la vita porta a sperimentare una reazione emozionale simile al lutto, ove si piange la perdita d’una persona che ha rivestito grande importanza nella nostra esistenza e per la quale abbiamo nutrito profondo affetto e non solo.

Il lutto è una ferita il cui processo di cicatrizzazione richiede tempo e fatica soprattutto se non è a seguito di una morte, ma di una separazione magari per unilaterale volontà: la guarigione coincide con l’accettazione di vivere senza l’altro/a che riorganizzando la sua vita ha scelto di tornare a essere libero.

Questo processo di cicatrizzazione può essere oltremodo difficile in quei partner che resisi troppo tardi conto d’esser “male assortiti”, confidando che col tempo le cose si sarebbero aggiustate, come strategia avevano adottato la “sopportazione a oltranza”; senza valutare che l’essere molto diversi rende impossibile comprendere l’altro/a, così come il sentirsi incompreso/a alla lunga finisce per suscitare emozioni negative che vanno dalla tristezza al risentimento all’ira e il voler sopportare tutto ciò rende ancora più esplosiva la miscela (raggiunta una pressione interna al limite della propria capacità di sopportazione, si è quanto mai soggetti per un nonnulla a generare ulteriori conflitti e incomprensioni), sino ai casi in cui saltano le fondamenta stesse dell’idea che vale la pena salvare la coppia: come un pallone scoppia se viene gonfiato oltre i suoi limiti di resistenza, allo stesso modo anche le persone quando superano i loro limiti “esplodono”. Inesorabilmente con ciclica alternanza si passa da conflitti, utili sia a scaricare l’ira accumulata che per liberare nuovi spazi alla sopportazione grazie allo scarico emotivo generato dallo scontro, a periodi di pace; però negli anni questa ciclica alternanza diviene sempre più veloce sino a lasciarli in continua sofferta belligeranza, tanto che non è insolito passare a uno stato alterato e confusionale che toglie lucidità e non permette di scorgere e valutare altre soluzioni salvo il porre fine a tal dilaniante convivenza.

Fermo restando che non ogni rapporto incrinato può essere salvato dal crollo; è altresì vero che a distanza di tempo dalla definitiva rottura non è insolito trovare persone separate che, attraversato e superato questo travaglio, consumato il “combustibile” alimentante quel “fuoco” che aveva scaldato la mente portandola a uno stato alterato e confusionale, rimpiangono di non aver saputo fare di più e meglio per salvare il proprio matrimonio/la loro coppia, quand’erano ancora in tempo; non è infatti raro trovare persone separate che, consapevoli sia di quanto quell’evento è stato per loro spiacevole e traumatico come del fatto che l’equilibrio avrebbe potuto essere raggiunto fossero stati capaci di maggiore elastica pazienza, nelle nuove relazioni di coppia, che con speranza, trepidazione e . . . cercano di edificare, sono disposti ad accettare atteggiamenti e comportamenti del partner che nella prima relazione rifiutavano categoricamente, così come a far “orecchie da mercante” in vari casi per evitare pericolose occasioni di attrito e allo stesso modo essere più sensibili al disagio dell’altro/a per non permettere l’avvento di nocivi “agenti patogeni”.

Superare il lutto da separazione può richiedere mesi se non addirittura anni; e parlando seriamente il cercare di far finta di nulla è una situazione che prolunga la sofferenza nel tempo ammucchiando danni su danni: per quanto il momento possa essere duro, se lo si guarda e lo si affronta il mezzo per guarire e ripartire lo si trova; mentre lasciare irrisolto, un problema così grave può “ingessare” mente e spirito, impedendoci addirittura di migliorarci. Come diceva mia nonna “Anche al più duro inverno segue la primavera”; è quindi giusto concedersi un tempo adeguato per elaborare il trauma del distacco, al tempo stesso mantenere sveglia la mente e, evitando di perdere tempo, attraverso il Dolore, che non va fuggito ma “attraversato” e “digerita la lezione”, rendersi conto degli errori e trasformarsi così in persone migliori; quindi:

  1. impegnarsi per divenir consapevoli di quanto è accaduto, comprendendo non solo i propri errori e quelli del partner, ma soprattutto perché è successo; accettando quindi come naturale conseguenza l’offuscamento dei primi tempi, ove dolore, ira, tristezza, ecc., impediscono d’essere lucidi nell’indagine, ma non demordendo nel voler analizzare con la necessaria calma i passaggi che dall’unione per gradi hanno portato alla divisione: la comprensione di ciò che non ha funzionato permette di far maggior chiarezza in se stessi; e la lucidità mentale è preziosa tanto per rialzarsi dopo ogni caduta come per non fare di nuovo gli stessi passi sbagliati.
  2. affrontare con coraggiosa determinazione e misura la situazione, senza mai lasciarsi andare e deprimersi per l’attuale stato delle cose.
La spaccatura della coppia lascia sempre disorientati; errori comuni sono sia permettere al dolore di avvolgerci chiudendoci al mondo, come il continuare a correre dietro ai fuggitivi e, peggio degli altri due casi, usare i figli come arma di ricatto. È più sano fermarsi e imparare a gestire il tempo per sfruttarlo al meglio, riscoprire i vecchi interessi, le amicizie lasciate indietro, le attività cui nel passato ci si dedicava, ecc. = ri-trovarsi e re-impostarsi per prendere in mano le redini della propria vita, risalire la china e avanzare verso nuove idee, nuovi amici, nuovi progetti e obiettivi, e ogni altra cosa moralmente sana. È pertanto utile

  • stare in compagnia di persone positive che stimolano reazioni costruttive in noi facendoci stare bene e ridurre al minimo i tempi in cui sopportare (per educazione) chi si/ci piange addosso, o, peggio ancora, quanti sanno solo criticarci per i nostri errori . . . si guardassero un po’ loro! Si legge infatti nei Vangeli (Luca 6, 41 – 42) “perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello (e, dico io, ci sta benissimo anche sorella), e non t’accorgi della trave che è nel tuo? . . . Ipocrita . . .”.
  • Trovare nuovi stimoli, magari anche associazioni che promuovono percorsi culturali, tecniche di rilassamento, corsi di fotografia, strumenti di comunicazione, ballo, teatro, ecc.; entrando in questi gruppi, senza mai aver paura di uscire prontamente da quelli che non soddisfano, si possono conoscere persone con interessi simili ai nostri, essere positivamente stimolati, così come conoscere qualcosa di nuovo e affascinante che qual brezza leggera un po’ per volta spazza via dalla mente quelle tristi e buie nubi: occorre voler vedere i sorrisi che la vita ci fa.
  • Sdrammatizzare passato e presente, anche imparando a sorridere alle difficoltà che questa vita “burlona” ci dispensa: l’ironia sa aiutare pure nei momenti più difficili e un sorriso alleggerisce il peso della sofferenza.
  • Quando però ci si sente annegare/soffocare, non vergognarsi a chiedere ulteriore aiuto.
Cordiali saluti

giovedì 18 luglio 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 10 di 14

Quando i figli sono cresciuti e l’impegno genitoriale in senso stretto progressivamente diminuisce, i coniugi hanno maggior tempo da dedicare a se stessi e all’altro/a. È chiaro che se prima l’impegno di prendersi cura dei “piccoli” poteva supplire a qualche mancanza della coppia, come non rendere evidenti altri bisogni, ciò che resta di quell’impegno non basta più a compensare possibili difficoltà.

Per meglio riflettere sul problema dei genitori in crisi, mi sembra opportuno ricordare che come per arricchire il figlio col doppio dono di cui ho parlato è necessaria
  • da una parte l’accettazione del figlio per quello che è, valorizzandone le qualità personali e al tempo stesso non pretendendo di modellarlo secondo i propri criteri;


  • dall’altra il controllo = sapersi mettere in gioco senza abbandonare il proprio ruolo per guidare e stimolare il figlio sia sul piano psicologico che su quello comportamentale rispettando le sue tendenze;
mantenendo poi un armonioso equilibrio tra sostegno e funzione di guida, giacché affetto e norme non sono scelte educative alternative, ma avanzando in equilibrio permettono ai figli di interiorizzare il senso di ciò che è bene e male e di fare l’esperienza del limite, indispensabile per garantire una sana crescita; allo stesso modo i due genitori possono,
  • partendo da quella reciproca accettazione che aveva loro permesso di edificare la coppia, non porre un secco rifiuto a come negli anni l’altro/a è cambiato/a, ma con calma, coraggio e umiltà reciprocamente voler comprendere (sempre possibile se davvero ci si vuol bene) i motivi che hanno indotto i mutamenti e,
  • sfruttando la sfida alla loro intelligenza e maturità posta in essere dalla crisi adolescenziale dei figli e che nell’azione privilegia una manovra congiunta dei genitori ognuno al suo posto ma in armonica co-operazione,
  • operare su se stessi e al tempo stesso con reciproco fiducioso controllo “entrare” nell’altro/a per ri-trovarsi a livello psicologico al fine di colmare i “vuoti di presenza” degli anni passati e ri-conoscersi, svuotando d’ogni potenza le incomprensioni del momento, ricostruendo ancora più saldo l’indispensabile armonico equilibrio per continuare a essere un NOI = un’Unità che può porsi come tetragono di fronte alle avversità e permettere al suo interno una calda serenità e sicurezza;
  • anche accettando sia di rinunciare alla pari a qualcosa che singolarmente si vorrebbe, come di rendersi disponibili a fare qualcosa che l’altro/a personalmente desidera, consapevoli del gran valore di quanto in questo modo non si dis-perde.
Come già ricordato, nulla è possibile se non si vogliono comprendere le ragioni dell’altro/a e senza guardarsi intorno si pretende d’avere ragione (un vecchio detto afferma che “la ragione si da agli stolti e il giusto alle persone intelligenti”); indispensabili sono l’umiltà che accetta d’aver fatto errori e non si vergogna di cercarli, poi calma, mitezza e saggezza sia per non ferire che per non ritrovarsi feriti e quindi incapaci di reagire con tutta l’energia necessaria: imparare ad AMARE non è facile, bensì un’impresa al limite delle nostre possibilità, che richiede l’impegno di tutta la vita e ... non è detto di riuscirci ... ma è somma stoltezza non metterci tutto l’impegno, la costanza e la sopportazione possibili. Impossibile a chi vive secondo la modalità dell’Avere e pertanto, in via della reciproca promessa-giuramento, ritiene sia un diritto acquisito possedere l’altro/a; fattibile invece a chi sa ESSERE capace di donarsi all’altro/a comprendendo e accettando i suoi limiti e al tempo stesso consapevole della preziosità dell’unione che viene dal reciproco donarsi ... l’amore è dono e libertà, non costrizione e possesso.

Chiaramente, in seguito ai cambiamenti del sistema familiare i due coniugi per portare a guarigione la coppia e fare opera di prevenzione al fine di mantenerla in buona salute dovranno prendere in seria considerazione la necessità di coltivare con nuovo slancio interessi culturali e sociali sia come singolo individuo che congiuntamente, valorizzare l’attività lavorativa di ciascuno, re-imparare a prestare attenzione al comportamento dell’altro/a onde sapergli/le esternare la giusta gratitudine e ammirazione, ecc.; ma per non ritrovarsi caricati di svantaggi che potrebbero impedire di superare la prova, i due devono “chiudere fuori di casa” genitori, parenti e amici che, nonostante le buone intenzioni, con la loro intromissione potrebbero rendere insanabili alcuni dissidi.

Se sia singolarmente che in coppia i due riescono a elaborare questi cambiamenti, automaticamente verrà in essere un processo di ristrutturazione con positiva evoluzione della coppia stessa e i diversi “frutti” che il passare degli anni produrrà saranno motivo di serenità con non pochi momenti felici; ma se ciò non avviene e ci si limita a “rattoppare”, allora nel tempo lo “squarcio” si ripresenterà e sarà peggiore del precedente.

Come già evidenziato, le crisi possono arrivare sempre perché tante situazioni portano a disillusione e delusione nello scoprire un po’ per volta che l’altro/a ha dei difetti che non avevamo colto e che il rapporto mai potrà essere come nell’intimo ciascuno lo vorrebbe;
  • mai dimenticare quindi che ogni essere è unico, non può essere fatto diventare un altro e non è perfetto,
  • sempre coscienti che è possibile superare le prove (dispensate a piene mani dalla vita acciocché misurandoci con esse impariamo a conoscerci e diveniamo così sempre più consapevoli del valore dell’esistenza) solo nel fiducioso reciproco sostegno e contributo, quindi è necessario evitare sia di assumere la “posizione di vittima”, come di “lasciarsi cadere le braccia” e ridursi a vivere in modo frammentato (di cui già ho parlato);
  • ricordando che ognuno di noi è il momentaneo risultato d’un bilanciamento di tante polarità presenti e dei diversi opposti in lui/lei essenti, che continuamente danzano tra loro e si cedono il passo per dare consistenza e forma a un insieme vitale teso all’evoluzione: è con precisi atti di volontà che si può progredire come regredire.
  • Consapevoli che la complementarietà permette assoluta libertà nell’inter-dipendenza e vera unione nell’inter-azione; pertanto, anche se nessun essere umano è perfetto, l’imperfezione dell’uno/a può far la differenza e renderlo/a perfetto per l’altro/a, rendendo così possibile un miglioramento in continua positiva evoluzione per entrambi.
Non sempre è comunque possibile evitare la separazione. Riconosco che è molto facile parlare e scrivere, mentre quando ci si trova alle prese con la crisi le cose sono assai più complicate; e lo dico per esperienza personale. Il terapeuta che, oltre a essersi preparato studiando, ci è passato attraverso e non si è buttato tutto alle spalle, ha qualche “freccia” in più nella sua faretra: non s’arriva a poter lavorare con l’Energia se non si passa attraverso la sofferenza e non si viene provati come “oro nel crogiuolo”.

Nella prossima uscita parlerò di quando purtroppo non si riesce a salvare la coppia.

Cordiali saluti.

giovedì 27 giugno 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 9 di 14

Alla pari della vita umana pure la famiglia conosce “stagioni” diverse con sempre nuove prove da affrontare e sfide da vincere, insieme all’eventualità di venir gravemente ferita e/o cadere sconfitta, ma con la possibilità di perpetuarsi nel tempo e moltiplicarsi attraverso i discendenti. Come ho sottolineato, decidere di costituire una famiglia è una scelta di vita ancor più esigente che non formare una coppia; i figli modificano il rapporto di coppia ed è quindi indispensabile valutare il proprio comportamento e il sentimento che si nutre per l’altra persona prima di fare un passo che coinvolgerà gli innocenti frutti dell’unione dei corpi. Purtroppo la capacità di valutazione sovente non è sufficiente e la crisi insorge ugualmente, va comunque sottolineato che non si può considerare il fare un figlio alla pari del prendere una medicina per curare un rapporto “malato” che si trascina e va avanti per inerzia. Altro momento difficile è quello in cui i figli giungono all’adolescenza e iniziano a pretendere una logica parte di autonomia; e chi non è preparato viene messo in crisi, può avvertire la sensazione di non aver più niente da fare e nessuno da accudire mista a un senso di solitudine: ci si deve riadattare avendo coscienza che col fluire degli anni i ruoli cambiano, sicché non s’infiacchisca la voglia di vivere, indispensabile sia per stare bene che per essere solido punto di riferimento nella famiglia sino a quando la vita non lascerà il corpo. In certi casi il problema viene dal fatto che per alcuni anni la vita è stata improntata alla cura dei bambini, sicché non s'è prestata sufficiente attenzione al loro naturale cambiamento da una parte così come al proprio e del coniuge dall’altra; ecco che quando improvvisamente escono per la prima volta ci si trova impreparati. Se poi ce n’è uno/a solo/a la sensazione è ancora più forte e il ritrovarsi di nuovo “solo” in due spiazza: spesso accade che la cura dei piccoli abbia fatto mettere in secondo piano la passione tra i due, come pure che abbia limitato più del dovuto l’avvento di momenti di intimità (che comprendono pure confidenze e dialogo a due) tra loro e che nonostante il passare del tempo e il crescere dei figli non siano aumentati, sicché alto è pure il rischio di giungere al punto di non riconoscersi più e andare in crisi perché s’arriva a non sentirsi più capiti. Da una parte abbiamo la crisi che l’adolescenza porta nei giovani ed è una sfida all’intelligenza degli adulti (compresi nonni, zii, cugini, ecc.), alla loro capacità di capire e per quanto riguarda i genitori anche organizzare una risposta costruttiva senza abbandonare il ruolo educativo, nella consapevolezza che ciò li obbligherà ad usare una consistente dose di calma, mitezza e saggezza per non ritrovarsi feriti nell’amor proprio, nelle aspettative affettive ed educative: pure questa è una separazione, quella del giovane dal “nido”. Dall’altra troviamo la crisi dei genitori che in alcuni casi non sanno più come riportare in sicurezza la coppia che anni di mancata “manutenzione” hanno reso pericolante, tanto che basta poco per farla crollare e in alcuni casi si conclude con una separazione. Parto con una riflessione sul distacco del giovane che, tramite nuove esperienze e conoscenze tende a far suoi nuovi valori e nuove idee, inizia a volersi muovere nell’ambiente sociale in modo sempre più autonomo, a tollerare sempre meno le regole della famiglia, mettendo quindi in discussione le figure genitoriali:
  • il principale difficile compito dei genitori è quello di favorire in modo “protetto” (protezione flessibile, capace di tener contemporaneamente conto degli aspetti di dipendenza ancora presenti nella condizione adolescenziale, come degli aspetti di autonomia e la loro difficile e mutevole composizione) il processo di separazione psicologica dell’adolescente da loro, permettendo così al giovane di costruirsi un’identità propria e separata, ma al tempo stesso non permettendo che la famiglia si sfaldi.
  • La buona realizzazione di questa separazione- individuazione richiede siano stati interiorizzati rapporti stabili e di fiducia tra i membri della famiglia, giacché non è un processo a senso unico, ma deve contemporaneamente avvenire anche per i genitori, altrimenti l’adolescente finirà per trovarsi di fronte un “muro” di resistenze difficili se non impossibili da superare, col rischio di mal interpretare il tutto, e i genitori verrebbero a trovarsi a dover gestire un figlio arrabbiato e confuso.
Questa è una grande sfida evolutiva per la famiglia, impresa congiunta di due generazioni posta per lo più sulle spalle dei genitori, che ha bisogno di raggiungere un equilibrio tra due compiti opposti:
  • da un lato favorire il cambiamento e l’indipendenza emotiva dell’adolescente (= sapersi separare/dividere da lui/lei); condizione per alcuni versi paradossale in quanto devono favorire un processo di svincolo che come risultato porterà all’abbandono della relazione privilegiata con loro stessi, cosa che non si supera senza soffrire a causa dei limiti della condizione umana che privilegia il possesso e fatica a vedere nel donare un guadagno: questo è un dono che si fa ai figli;
  • dall’altro restare unita per essere una “base sicura” principalmente per l’adolescente, onde non abbia la sensazione d’essere solo/a ad affrontare i momenti di difficoltà, con tutti i pericoli che si troverebbe a correre: anche questo è un dono ai figli.
È necessario essere adulti maturi per dotare la struttura di adeguati “ammortizzatori e bende” onde il rapporto genitori-figli non si interrompa, ma si evolva verso forme più mature, caratterizzate da maggior flessibilità e rispetto per le differenze, capacità di cambiamento adeguato ai casi, sempre mantenendo una rassicurante continuità; permettendo all’adolescente di sentire che sono disposti a dargli/le progressivamente sempre più fiducia, che riconoscono le sue competenze, anche se ancora in via di formazione, che accettando le sue opinioni le affrontano in modo criticamente costruttivo e proprio per questo chiedono (rispettandolo) sempre di più il suo punto di vista, cosicché non gli/le venga a mancare la rassicurazione sull’affidabilità dei legami familiari e possa così permanere quel senso d’identità che da quand’è nato/a s’è cercato di ampliare e rafforzare. Anche l’aiutarsi reciprocamente a crescere in consapevolezza per affrontare quest’impresa e uscirne vincitori è un potente mezzo per affrontare la crisi in cui i due si trovano, avvedersi di nuovi valori, d’un aggiornamento al modo di vivere insieme, conoscere nuovi aspetti dell’altro/a, irrobustire la base su cui avevano costruito la loro relazione a due, coprire la distanza che s’era formata tra loro, ... Quando da soli l’impresa si rivela superiore alle proprie forze, ma il desiderio di superarla senza che la coppia debba spaccarsi ha sufficiente peso, allora la Psicoterapia può fornire un prezioso aiuto, ma anche la Terapia Energetica può fare molto senza minimamente intralciare il lavoro che lo/la psicoterapeuta sta facendo: si lavora a livelli diversi, nulla di ciò che vien fatto in vista del Bene del paziente viene in alcun modo osteggiato o limitato dall’intervento energetico. Cordiali saluti

giovedì 6 giugno 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 8 di 14

Ho messo in evidenza come sia comune la costituzione di famiglie disfunzionali, non in grado, cioè, di provvedere alla crescita in consapevole autonomia dei propri componenti. Va notato, però, come le famiglie possano divenire disfunzionali nel corso del tempo, quando arriva il momento in cui si combinano elementi stressanti e la famiglia non trova i mezzi per affrontarli nel modo dovuto: nel corso delle generazioni, facendo tesoro degli errori riconosciuti e dei cambiamenti avvenuti, è stato messo a punto un valido progetto di massima per edificare una famiglia sana e mantenerla tale; ora, non c’è stato tempo sufficiente per valutare con attenzione i molti cambiamenti che repentinamente si sono succeduti in questi ultimi decenni ed elaborare le necessarie modifiche a quel progetto ancor valido nel suo insieme. Va considerato attentamente che “formare una famiglia” è una scelta di vita ancor più esigente di quella di “formare una coppia”; occorre non tanto pensarci bene, quanto riconoscere in questa valori per noi essenziali, acciocché sia maggiore la gioia di poter vivere in essa che non il peso che verrà da prove e sacrifici, spesso anche economici, che andranno affrontati e superati. Valori essenziali sono la soddisfazione di vivere con la persona che per scelta è al nostro fianco e insieme crescere in anni e saggezza; riconoscere che i figli sono una gioia e non un possesso, così come l’educarli in un clima sereno contribuisce ad accrescere la consapevolezza riguardo alla Vita e comprendere il ruolo che ha ogni sua “stagione”, dalla nascita alla morte; intuire il significato di un “IO” che si fonde in un “NOI” e la “luminosa potenza” che è in quel NOI. Enorme è quindi il contributo che la famiglia da cui si proviene può dare o non dare. Quando il peso di questi valori non è sufficiente, le perturbazioni della vita possono far insorgere varie crisi e scatenare tempeste sino a travolgere le coppie non sufficientemente salde. Oltre al contributo certo che la Psicoterapia può dare per aumentare le possibilità d’affrontare l’indesiderato evento nel migliore dei modi, non è da disprezzare quello che la Terapia Energetica può offrire: non solo ciò che la mente considera interviene anche in questi casi. Se il naufragio della coppia è un evento che due persone sagge possono trasformare senza troppa fatica in occasione di crescita interiore, assai problematico è invece il crollo della famiglia, giacché non v’è più coinvolta solo la coppia, ma occorre ogni attenzione per l’effetto che ha sui figli. Sono i figli a subire impotentemente la crisi della coppia, che spesso non sa spiegare loro in modo adeguato ciò che sta succedendo, cosicché, specie se ancora bambini, vengono a soffrirne di più non riuscendo a spiegarselo e vivendolo a volte come un senso di colpa; vero è che la giovane età offre loro maggiori possibilità di adattarsi ai cambiamenti, ma se i genitori, presi dalla crisi, non riescono a dar loro l’affetto e le attenzioni di cui hanno bisogno, i figli possono sentirsi abbandonati e ciò può anche portare problemi nella loro vita adulta. Per un figlio quelli in crisi sono comunque i suoi genitori, li ama e ha bisogno delle loro attenzioni; ecco perché, nonostante le molte ed evidenti difficoltà, occorre andare incontro al loro bisogno di amore, sicurezza, educazione, equilibrio e benessere mantenendo quanto più possibile sereno il clima familiare, così da permettere loro di vivere il cambiamento dovuto alla separazione nel modo meno traumatico possibile. È normale che quando ci si trova a vivere una crisi coniugale si venga assorbiti in modo negativo: viene in essere una situazione d’instabilità ove i due si provano reciprocamente, sembra che le cose vadano meglio, poi improvvisamente si ricade, si soffre, si cerca di fare il possibile sperando che la situazione possa ancora risolversi, si riprova, . . . occorre evitare di far trasparire l’eventuale ira che si ha nei confronti dell’altro/a. In alcuni casi il rapporto si recupera e la crisi resta un brutto ricordo, purtroppo altre volte non c’è niente da fare, l’equilibrio s’è rotto per sempre (vero solo a livello di realtà polare) e la conseguenza è la separazione della coppia. L’aspetto positivo è che piuttosto di vivere in un clima infelice i due, ciascuno dopo un adeguato periodo di assestamento, in modi diversi hanno la possibilità di ritrovare un equilibrio. Quello negativo sta nel fatto che servono vera maturità e umiltà (spesso mancanti o insufficienti) sia per non farsi del male e soprattutto non farlo a chi non ne ha colpa, primi fra tutti i figli: occorre adeguata statura morale per riconoscere il male insito nel parlare male ai figli l’uno dell’altro . . . qualcuno saggiamente disse “chi è senza colpa scagli la prima pietra”. Se cocciutaggine o seri problemi non lo rendono indispensabile è bene ridurre all’essenziale il ricorso a tribunali e giudici. L’età anagrafica e lo stato di essere adulto non hanno nulla a che fare tra loro, si legga ad esempio (Daniele 13, 45 – 64) come un giovane Daniele libera Susanna dalla morte mostrando maggiore saggezza di tanti più anziani di lui. Per non farsi e non fare del male occorre non guardare solo a se stessi e non fermarsi alla punta naso. Come importante è l’aiuto che lo psicoterapeuta può dare in tutto il percorso della crisi, valido è pure quello che il terapeuta energetico può dare, anche se molto diverso: per quest’ultimo non si tratta solo di fare il proprio lavoro nel migliore dei modi, ma di operare in unione a quanto e quanti esistono in vista del Massimo Bene comune. Anche se (purtroppo in molti pensano che chi offre questi servizi lo debba fare gratis, giacché lo può fare solo perché ha ricevuto un DONO; in realtà non si tiene conto che occorrono anni di studio, ergo COSTO, l’accettazione delle umiliazioni che formeranno il carattere, costanza e fatica per riuscire, nonché un giornaliero lavoro su se stessi per mantenersi “degni e idonei” per quel Dono . . . forse in nessuna professione tanto è necessario) come ogni professionista si fa pagare (non strapagare), giacché è l’unico mezzo per guadagnarsi onestamente da vivere, è altresì vero che il suo impegno sarà senz’altro totale dal momento che migliorare la situazione di qualcuno significa avanzare verso il Massimo bene comune, quindi nella globalità dell’Esistente concorre a migliorare anche la sua situazione. Come ho già in altri articoli messo in evidenza, se pur lavorando coscienziosamente ci si limita alla percezione materialista dell’esistenza, il vedere continuamente persone sofferenti per “autodifesa” fa diminuire gradualmente la capacità di compassione e misericordia; ma superato il “guado” si può iniziare ad aver coscienza dell’Intero in cui tutto rientra, quindi si diventa tanto più sensibili al dolore degli altri, quindi desiderosi di “guarirli”, quanto più si è capaci di partecipare alla loro gioia, comprendendo come tutto ciò accresca la quota di Massimo Bene a disposizione. Questo è l’atteggiamento del terapeuta energetico. Naturalmente, come già ho accennato, la famiglia conosce “stagioni” diverse e, siccome sino a che dura la vita non vengono a mancare le prove, ogni stagione può portare perturbazioni foriere di nuove crisi. Prenderò in considerazione l’argomento nella prossima uscita. Cordiali saluti

giovedì 16 maggio 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 7 di 14

Ho evidenziato come la fine del rapporto di coppia, se coscientemente lo si trasforma, può divenire nuovo mezzo di crescita interiore, rendendo possibile aumentare la consapevolezza ampliando la parte di orizzonte accessibile al nostro intimo sguardo; e pure il fatto che la fine d’un rapporto di coppia e la morte sono entrambe forme di “dolorosa” separazione:
  • vedere la morte come il risultato tragico e ineluttabile del venire al mondo, o come calice amaro da bere fino in fondo, limita la reazione all’accettare per forza per poi passare oltre “sconfitti”; chi “misura con questo metro” nel caso d’una separazione tra vivi, se non è quello/a che vuole porre fine alla coppia, dopo aver tentato tutte le vie di riappacificazione conosciute può trovarsi annoverato tra quanti non sanno accettare e reagiscono in un ventaglio di possibilità che vanno dal lasciarsi andare “annientati” all’uccidere (= annientare) l’altro/a.
  • Nel terzo caso la speranzosa visione permette di superare serenamente l’accaduto e allo stesso modo affrontare anche una separazione = trasformazione d’un rapporto da coppia a . . ., con minimo danno per chiunque sia loro legato, in special modo quindi i figli.
  • Sia nel quarto che nel quinto caso, come la morte non viene considerata un danno, allo stesso modo, pur tentando prima ogni via per salvare la coppia, qualora la separazione fosse inevitabile il cambiamento verrà vissuto in modo costruttivo guardando con fiducia a quanto il futuro potrà ancora donare, a beneficio dei due e di quanti sono loro legati da affetto, soprattutto dei figli che la coppia può aver generato.
Passo quindi ora ad una possibile evoluzione della coppia: la famiglia. La famiglia ben funzionante non si definisce per l’assenza di stress, conflitti e problemi, ma per l’efficacia nel modo in cui li gestisce continuando ad adempiere alle sue funzioni. Questo a sua volta dipende dalla struttura e dall’adattabilità della famiglia. Come ogni specie per aver successo nell’evoluzione e perpetuarsi nel tempo deve potersi adattare alle variazioni dell’ambiente in cui vive, all’azione degli eventuali nuovi arrivati, nonché disporre di una qualche forma di organizzazione per permettere ai membri del gruppo di trarre il massimo dei vantaggi e ridurre al minimo i rischi, ugualmente le famiglie hanno bisogno d’un’organizzazione interna che stabilisca come, quando e con chi si entra in comunicazione, come dividersi i compiti, come ottimizzare il reciproco sostegno, ecc.. Nessuna famiglia può funzionare se i suoi componenti non accettano un certo grado di interdipendenza e qualche forma di gerarchia. È quindi bene che in ogni coppia/famiglia, attraverso un processo di “adattamento per differenziazione”, si trovino e si mettano in pratica regole che nel rispetto d’ogni componente rendono eccellenti i rapporti: in ogni coppia/famiglia gli individui possono adattarsi reciprocamente, cosicché all’evoluzione nel tempo d’un selettivo aspetto dell’uno armoniosamente gli altri assumono una caratteristica complementare, quasi una danza che li vede affettuosamente uniti. Esisterà quindi un:
  • “regolamento” coniugale, che permette l’ottimizzazione del reciproco sostegno nel far fronte alle “necessità di casa” e fungerà da fondamenta per l’edificazione del
  • “regolamento” genitoriale, preparato insieme per far fronte alle necessità relative a educazione, guida e disciplina utili per la sana crescita dei figli;
  • i quali saranno portati in modo naturale a dar forma a un”regolamento” fraterno per regolare i rapporti fra loro.
Questi “regolamenti” sono obbligatoriamente composti da regole con funzione di “confini” per evitare inutili confronti, o indebite interferenze; essendo però coppia e famiglia organismi in continua evoluzione non possono essere rigidi al pari dei confini d’una nazione, anzi, al fine di permetterne la massima vitalità nello scorrere degli anni occorre presentino una certa elasticità per consentire l’adattamento alle mutate esigenze dei singoli. La capacità di umiltà permette di non prevaricare il più debole, essere autorevole nel proprio dire e fare, proteggere senza farlo pesare, ascoltare con calma e vedere al di là delle apparenze, accettare che il proprio ruolo possa cambiare senza svilirsi, godere pienamente di quanto offerto dagli altri componenti la famiglia, ecc.: è essenziale per redigere regolamenti capaci di rendere luminosa la vita. Importantissimo è il ruolo della famiglia di origine per permettere ai giovani di “edificare” prima la coppia e poi “ampliarla” dando vita a una famiglia serena. La colpa di molti fallimenti non può essere interamente data ai due, che il più delle volte hanno fatto del loro meglio, ma non avendo una sufficiente preparazione alle spalle sono “naufragati”. Uno dei difetti dell’odierna Civiltà è il saper riconoscere l’importanza della famiglia solo a parole, ma nei fatti averla declassata sulla “pubblicizzata scala dei valori” e non avere concretamente più la volontà di difenderla e sostenerla: un po’ come se un organismo non riconoscesse più il valore delle sue parti minime . . . è destinato a morire: la malattia inizia infatti dalle cellule e solo prendendosi cura di queste l’organismo può mantenersi in buona salute. Per poter formare famiglie solide è prima necessario formare coppie solide; ma per formare coppie solide si deve partire da esseri umani adulti = consapevoli di chi sono e capaci di distinguere tra le illusioni che solleticano la fantasia e il mondo reale; in tutto ciò enorme è il contributo che famiglie funzionanti danno. Come più volte ho sottolineato, i trattamenti di Terapia Energetica tendono anche ad aiutare a divenire realmente adulti. Anche se fattibile, essendo stata declassata, poco viene fatto per EDUCARE ALLA FAMIGLIA, cosicché l’ancor grande presenza nelle menti di anomali progetti di base per “fare famiglia” porta alla costituzione di famiglie disfunzionali, non in grado di provvedere alla crescita in consapevole autonomia dei propri componenti, quali:
  • disimpegnate, con eccessiva distanza emotiva tra i membri, nonché confini assolutamente rigidi ed estrema difficoltà a mobilitare il reciproco sostegno, con conseguente eccessiva tolleranza per comportamenti scorretti da una parte e dall’altra carente funzione di protezione e capacità di dare consigli.
  • Invischiate, ove al contrario i confini sono eccessivamente deboli, vi è un basso livello di differenziazione individuale e conseguentemente di autonomia dei singoli, la preoccupazione è eccessiva alla pari del desiderio di dare protezione, tanto che ogni novità porta a reagire con eccessivo sforzo al fine di riportare al più presto al “quieto vivere”, ma è sempre preceduta da iniziale paralisi nel momento in cui si affrontano le transizioni per sviluppare nuove modalità d’azione: eccessivamente stretta l’interdipendenza tra i membri.
Questi due tipi descritti non risultano mai come tipi puri nella realtà, tant’è che la maggior parte delle famiglie disfunzionali comprendono un po’ dell’uno e un po’ dell’altro tipo e danno vita ad ampia gamma di variabili miscelazioni. Continuerò sulla prossima uscita. Cordiali saluti.

giovedì 25 aprile 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 6 di 14

Ritengo vada EVIDENZIATA l’importanza dell’UMILTA’ e del rispetto dei tempi,
  • sia per consapevolmente prendere atto dei nostri difetti e problemi e così poco alla volta ridimensionare i primi e risolvere i secondi (va detto che in un discorso legato alle opportunità d’intervento energetico rivestono una grande importanza per l’individuo e non vanno visti come un fatto negativo: sono mezzi messi da un’Intelligenza Superiore a disposizione del singolo, acciocché possa divenir capace di VITA VERA),
  • che per permettere alla coppia “veleggiante in acque procellose” d’evitare il naufragio e uscire dalla tempesta.
Anche se veniamo a trovarci accanto a persone che non possono liberarci del “sacco” e “illuminare” il nostro “lato oscuro”, questo non vuol dire che non possano darci aiuto, ma occorre tempo e molta umiltà sia per riconoscerlo in quel loro comportarsi con modi spesso “graffianti e taglienti” verso di noi, che per non lasciarsi sopraffare dal dolore che quei comportamenti provocano. Umiltà serve pure per trarre giovamento dal trattamento energetico. Come in altri articoli ho fatto presente, l’Energia non impone neppure una guarigione! Per divenire consapevoli dei suggerimenti e della forza che l’Energia mette a disposizione non occorre essere dei “Maestri”, bensì far tacere superbia e orgoglio, quindi porsi in umile ascolto di quanto avvertiamo nell’intimo: personalmente va fatta quest’operazione; nessun altro, neppure un master di Terapia Energetica può sostituirsi in quest’azione; è come imparare a nuotare, non può farlo un altro al posto nostro e ci vuole il tempo a noi necessario. Nulla è più potente dell’Amore e al tempo stesso nulla è più umile dell’Amore: non si può essere capaci di amore se non si è capaci di umiltà. Sempre ricordandosi che la debolezza e la paura non fanno parte dell’umiltà, che non comprende senso di inferiorità, bensì coraggio, forza, calma, giustizia e misericordia uniti a una sana stima di se stessi. L’Umiltà non cerca vendetta, non uccide, ma dà la vita. Non ha paraocchi e tappi nelle orecchie, ma tutto può vedere e sentire. Non si sente mai “umiliata”, ma è paziente, benigna, non arde di gelosia né cerca vanagloria, non si rallegra dell’ingiustizia, ma gioisce della Verità. Per rendere più piacevole la riflessione sull’importanza dell’amore in ogni aspetto della Vita riporto un leggenda buddhista sull’Amore: “C’era una volta un’isola dove vivevano tutti i sentimenti e i valori degli uomini: il Buon Umore, la Tristezza, il Sapere, l’Amore, ecc. Un giorno venne annunciato ai sentimenti che l’isola stava per sprofondare, allora prepararono tutte le loro barche e partirono; solo l’Amore volle aspettare fino all’ultimo momento. Quando l’isola fu sul punto di sprofondare Amore decise di chiedere aiuto:
  • Ricchezza passò vicino su una lussuosissima barca e Amore le disse “Ricchezza, mi puoi portare con te?”. Lei rispose “Non posso, c’è molto oro e argento sulla mia barca e non ho posto per te”.
  • Orgoglio stava passando su un magnifico vascello e Amore gli chiese “Orgoglio ti prego, mi puoi portare con te?”. Lui rispose “Non ti posso aiutare Amore; qui è tutto perfetto, potresti rovinare la mia barca”.
  • Chiese quindi alla Tristezza che gli stava passando accanto “Tristezza ti prego, lasciami venire con te”. Rispose Tristezza “Oh Amore, sono così triste che ho bisogno di stare da sola”.
  • Anche Buon Umore passò di fianco, ma era così contento che non sentì che Amore lo stava chiamando.
  • All’improvviso una voce “Vieni Amore, ti prendo con me”. A parlare era stato un vecchio; Amore si sentì così riconoscente e pieno di gioia, che dimenticò di chiedere il nome al vecchio. Quando arrivarono sulla terra ferma il vecchio se ne andò.
  • L’Amore si rese conto di quanto gli dovesse e chiese a Sapere “Sapere, puoi dirmi chi mi ha aiutato?”. Rispose Sapere “È stato il Tempo”. Amore s’interrogò “Perché mai il Tempo mi ha aiutato?”. Sapere pieno di saggezza rispose “Perché solo il Tempo è capace di comprendere quanto l’Amore sia importante nella Vita!”.
Le difficoltà affrontate con maturità nel tempo rendono sempre più capaci d’umiltà; anche le batoste sanno essere vere “maestre”: se ascoltate, evidenziano la differenza tra le false sicurezze e la vera sicurezza. Ogni prova che la vita ci propone è occasione di miglioramento; e divenir capaci di Vita vera equivale a divenir capaci d’Amare. Il trattamento energetico può dare un grande contributo per divenir via via capaci d’umiltà e così trovare forza, calma, coraggio e stima di se stessi per affrontare ogni sfida con la mente sgombra da ogni nociva presenza, avendo così il massimo delle possibilità di concludere vittoriosamente. Benché non sempre sia possibile salvare una coppia, con l’Umiltà è tuttavia sempre possibile non divenir preda di superba stoltezza e così obbligare il “divenire” proprio di quest’illusoria realtà a produrre “buoni frutti”, che col tempo potremo raccogliere. Come già prima messo in evidenza, l’effetto del trattamento energetico è anche quello di “caricare” onde far affrontare con più serenità i problemi e rinsaldare la coppia, o, se altrimenti non si può fare, essere capaci di lasciarsi con reciproco rispetto, mantenendo così buoni rapporti. In effetti la fine del rapporto a due può divenire un nuovo mezzo di crescita interiore se il rapporto non viene ucciso, ma trasformato, permettendo così d’accrescere la consapevolezza e ampliare la parte di orizzonte accessibile al nostro intimo sguardo. Ora, non tanto per richiamare l’attenzione sulla Religione, ma per rendere più ampia la riflessione, ricordo che secondo la visione energetica la Vita è molto più di quanto normalmente si considera essere; voglio quindi far pensare a quanta somiglianza ci sia tra quanto detto sulla separazione in seguito alla fine del rapporto e quanto si legge sul “Canone dei defunti” della Religione Cristiana relativamente alla morte, altro tipo di separazione contro cui nulla possiamo: “. . . la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge . . . viene preparata un’abitazione eterna nel Cielo”. In modo diverso, ma alla pari d’una dolorosa separazione, la morte d’una persona cara addolora e un momento di impotente smarrimento con incapacità di reagire si presenta in molti casi, tanto che v’è chi l’esterna con urla e pianti e all’opposto chi si chiude nel silenzio; tutti però il tempo porta a reagire all’accaduto secondo le loro possibilità:
  • Alcuni lo vedono come risultato tragico e ineluttabile del venire al mondo,
  • Altri come calice amaro da bere fino in fondo,
  • Altri, aggrappati a una fede che sebbene rimasta “bambina” permette di concepire un’invisibile rinascita contemporanea al momento della morte, come una vittoria mascherata da sconfitta;
  • Altri, con una fede adulta, confidano nell’eternità della Vita e non sono preda di pensieri tristi;
  • Altri, con diversa mentalità, vedono questo “passaggio” secondo il senso d’una celebre frase di Lao Tse “quello che il bruco chiama fine del mondo il resto del mondo chiama farfalla”.
Cordiali saluti Robino Mariano

giovedì 4 aprile 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 5 di 14

Di solito dopo qualche anno, “digerito” quel fascino che ci aveva attratti, infiacchita dalla routine la passione dei primi tempi, il rapporto di coppia si ritrova poggiante su un sentimento in un certo qual senso “ridimensionato” e ci si chiede perché. Il problema sta nel fatto, assolutamente normale, che quando ci si è incontrati è stato messo bene in mostra davanti a sé, quasi fosse un grande cartello pubblicitario, quanto di noi riteniamo migliore e le “promesse importanti”, ma al tempo stesso si è nascosto in un “sacco” dietro la schiena” quanto non ci piace di noi, specialmente debolezze quali “ho bisogno di qualcuno cui appoggiarmi – sono in lotta con me stesso – non ho il coraggio d’affrontar la vita - ecc.”. Non è nulla di cui vergognarsi, giacché in ogni occasione d’incontro con altri nella natura umana legato all’istinto di sopravvivenza si trova il desiderio di fare “bella figura”, unito a volte al timore di non essere all’altezza della situazione; ecco perchè ciò è assai accentuato nel caso del trepidante cammino di avvicinamento a colui/ei di cui ci siamo innamorati. Un desiderio che la stragrande maggioranza porta nel cuore è quello di trovare qualcuno con cui condividere quest’avventura che è la vita potendosi anche aprire completamente senza finzioni e timore d’essere feriti, ma sentendosi rispettato, amato e accettato sia per i lati “luminosi” che per quelli “tenebrosi”; e pare la cosa più logica pensare che nessuno più e meglio di quell’essere di cui si è innamorati possa tradurre in realtà un sogno così intimo e ambizioso. Ecco che non appena si raggiunge un buon livello di confidenza, benessere e sicurezza, senza che si sia coscienti della reale volontà di farlo, poco alla volta inizia a uscire qualcosa di quanto a suo tempo è stato celato; per motivi che stanno nel nostro intimo e difficili da decifrare, ci si aspetta che l’altro/a accetti di buon grado tali novità, invece l’altro/a si trova spiazzato/a. Chiunque desidera trovare qualcuno capace di svuotarci quel sacco e liberarci di quel peso; ogni nuovo incontro importante riaccende la speranza d’aver trovato il “principe” o la “principessa” giusti per liberarci del “brutto incantesimo”, e nonostante le “batoste” si continua a nutrire la speranza che prima o poi arriverà. A imbrogliare la situazione c’è il problema delle “proiezioni incrociate”: entrambi gli innamorati hanno la sensazione che quanto contenuto in quel gran cartello pubblicitario che l’altro/a porta davanti a sé combacia perfettamente a quanto sperano per dare una definitiva sistemata all’odiato contenuto di quel sacco. Ecco che, confidando in ciò, dopo qualche tempo qualcosa prende a venir fuori da quel “sacco” facendo affidamento sul fatto che il partner l’accolga e potersi così sentire sollevati. Senza voler entrare nel caso di quanti neppure prendono in considerazione tutto ciò, ritenendo che è assolutamente normale, come dice un mio conoscente, “dare la fregatura a qualcuno”, quindi vanno avanti pensando che col tempo tutto s’aggiusta; un diffuso problema sta nel fatto che non si ritiene necessario cercare modo e momento per affrontare l’argomento dicendo al partner: “ascolta, io ho questo e quel problema, questi difetti . . . mi vuoi ugualmente anche con questo fardello o no?”; ci si aspetta invece che quel sentimento che nutre per noi gli/le permetta d’intuire i bisogni che noi stessi cerchiamo di non vedere. Se non intuisce si passa ad allusioni e mezzi accenni; se ciò non basta non è raro il caso ove, invece d’assumersi la colpa dello stato di cose, ci si sente incompresi e si cerca di farglielo capire con lamentele, accuse e pure mostrandosi offesi . . . confondendo quanto è possibile allo “Spirito Santo” con quanto è alla portata d’un essere umano! . . . come mai potrebbe anche il più innamorato dei partner risolvere un “difetto/problema” di cui, non volendolo riconoscere, non esponiamo in modo esplicito la natura? E come potrebbe aiutarci se, non volendolo riconoscere, non chiediamo mai espressamente aiuto per trovarvi soluzione? Lamentele e accuse sono messaggi che trovano la loro ragion d’essere in quel fenomeno chiamato dagli psicologi “proiezione”, che all’incirca funziona così: più nascondiamo un bisogno a noi stessi, maggiore è la tentazione di ritenere il partner responsabile della nostra insoddisfazione; inoltre, gli stessi aspetti che non si riconoscono in se stessi possono essere proiettati in misura più ampia su quanti ci circondano, col risultato di accentuare l’effetto. L’aspetto umanamente tragico di questa dinamica, ma logicissimo a livello energetico, sta nel fatto che ogni volta che in mezzo a tante persone cerchiamo l’anima gemella, quasi per assurdo ci sentiamo attratti come per magia dal tipo di persona (nulla a che vedere con l’aspetto fisico) che mai potrà sollevare e svuotare il nostro pesante fardello e neppure mai potrà rendere luminoso il nostro lato oscuro; ci si innamora sempre di persone che, facendoci soffrire, giungono a metterci a confronto in modo deciso coi bisogni che per non affrontare abbiamo “sotterrati”, ponendo come sotto un riflettore le nostre incapacità di far fronte alle nostre necessità, acutizzando così il dolore che consciamente o inconsciamente portiamo in noi. Energeticamente è lapalissiano: ognuno deve interamente fare la sua parte e non può pretendere che altri lo facciano al posto suo. Come ho spiegato parlando di Terapia Energetica, l’Energia è pronta a sostenere e aiutare chiunque onestamente s’impegni, ma non può essere ingannata; è quindi chiaro che, essendo questa una Legge Superiore, a nessuno verranno concesse scappatoie: ecco perché non ci è possibile innamorarsi e unire la propria vita a chi potrebbe fare il lavoro al posto nostro; e come mai va visto come un aiuto a tutti gli effetti il fatto che il partner ci ponga così drasticamente di fronte alle nostre responsabilità! Un metodo alla portata di tutti per conoscere le proprie “ombre” consiste nel prendere carta e penna e giorno per giorno mettere per iscritto gli aspetti del partner che danno più fastidio e quelli che non si sopportano; non limitandosi ai soli aspetti “negativi”, ma inserendo nell’elenco pure tutti quegli aspetti considerati qualità (che desidereremmo avere noi pure) e solo l’invidia che nutriamo, di cui non riusciamo a prendere atto, ci porta a detestare. A partire dal momento in cui ci si accorge che qualcosa non va e non riusciamo a trovarvi soluzione e in tutti i successivi passaggi che allontanano, il trattamento energetico può essere un valido aiuto sia per chiarirsi le idee entrando in maggior intimo contato con se stessi e così scoprire possibilità di cui non si era consapevoli, sia per “ricaricarsi” e affrontare con più serenità i problemi e rinsaldare la coppia, o, se non si può fare altrimenti, lasciarsi mantenendo realmente buoni rapporti e non solo di facciata: anche la fine del rapporto a due può essere mezzo di crescita interiore, senza contare che il rapporto non muore, ma si trasforma e questo permette di accrescere la consapevolezza e ampliare la parte di orizzonte accessibile al nostro sguardo. Cordiali saluti. Robino Mariano

giovedì 14 marzo 2013

Terapia energetica e crisi di coppia parte 4 di 14

Benché esistano reali casi in cui altri e/o cause di forza maggiore “schiacciano” persone come interi popoli che non hanno i mezzi per potersi difendere e a pieno titolo si possono ritenere vittime, al di fuori quindi dell’argomento che vado a trattare, è altresì vero che molte più persone di quante si pensi in diversi momenti della propria vita vivono nella “posizione di vittima”, vedendosi come l’effetto di qualcosa causato da altri. Questo è un grande pericolo in quanto, consapevolmente o no, queste “vittime” evitano di farsi quelle domande che potrebbero evidenziar loro la propria parte di responsabilità, nascondendo inoltre la forza che è in essi per meglio manipolare altri al fine di trarne vantaggi; col tempo diventano veri artisti nel comporre la descrizione dei ricordi in modo che appaia come qualsiasi cosa succeda sia sempre colpa d’altri; di fatto però, così facendo finiscono per non vivere la vita, sprecandola in un’inutile “commedia”, che anziché farli migliorare e crescere in consapevolezza li fa regredire e peggiorare. A questo riguardo si potrebbe riflettere su due domande vecchie quanto l’Umanità: “C’è una vita prima del concepimento?” . . . “C’è una vita dopo la morte?” . . . magari prendendo in esame anche quanto in questi anni ho pubblicato. Uscire dalla “visione della vittima” permette di diventare padrone della propria vita ed è requisito indispensabile per portare avanti un rapporto di coppia soddisfacente. Per uscirne può essere utile imparare a percepire se stessi ascoltando il proprio corpo da dentro, senza guardarsi con gli occhi o pensarsi col cervello: la consapevolezza corporea di se stessi è una fondamentale esperienza della vita. Enorme è l’effetto di tutte le sensazioni che si percepiscono nel corpo; hanno infatti un impatto sulla relazione di coppia maggiore di quanto sia quello dei tanti buoni propositi che si fanno per migliorarla: nelle situazioni intime spesso i corpi hanno un’ottima inter-comunicazione, quando però con pensieri e parole razionali ci si intromette in questa comunicazione a-razionale (alfa privativo), di fatto si rende confuso ciò che prima avveniva con facilità e chiarezza, soffocandolo con una sovrastruttura di concetti teorici assolutamente fuori luogo e un po’ per volta si può anche interrompere questa preziosa comunicazione. La consapevolezza corporea di se stessi è un’esperienza fondamentale della vita, indispensabile per evitare di sentirsi vuoti, instabili, e tentare inutilmente di risolvere il problema cercando di “fare qualcosa” o “comportarsi in un certo modo”: “maschere” inefficaci. Quando questa consapevolezza corporea viene reciprocamente vissuta all’interno della coppia, si giunge a essere emozionalmente vulnerabili e il singolo che non ha imparato ad amarsi può sentirsi angosciato da tale autenticità e “vergognarsi di questa nudità”. Soltanto la completa potenza dell’Amore verso se stessi e verso l’altro/a può permetterci di sperimentare attraverso la consapevolezza corporea di ciò che siamo l’intensità del sentimento provato e nutrito e gli effetti che questo ha nella vita in comune, nel sesso, nella sensazione che la nostra vita è un tutt’uno con noi e abbiamo il diritto-dovere d’intervenire e fare quanto necessario per avanzare verso il nostro “Massimo Bene”, nel sentire reciprocamente che l’altro/a è sicuro sostegno, conforto, “illuminazione”, cooperatore, ecc. Meno consapevoli siamo della gamma di sensazioni del nostro corpo, più la nostra mente è in balia sia dei marosi delle emozioni che dei venti dei pensieri; passo indispensabile sia per migliorare il rapporto affettivo e sessuale, come per trarne giovamento, è imparare ad ascoltarsi per sapere di esserci ed essere così completamente presenti in se stessi in ogni attimo della propria vita, così da vivere nel presente e poter realmente entrare in contatto con qualcun altro. Come in altri articoli ho messo in evidenza, parecchi son quanti vivono nel passato, dove nulla più si può fare per cambiarlo, o nel futuro, dove non si può ancora determinare nulla; ma, raramente nel presente ove davvero si può “governare la nave”. L’essere presente a se stessi permette d’essere contemporaneamente attento/a al mondo esterno e in contatto col partner, come verso il proprio mondo interno e tutte le sensazioni del proprio corpo: i sensi (ben più dei classici cinque) sono svegli e attenti tanto agli stimoli che vengono dal di fuori, quanto agli impulsi interni. È così possibile aver piena consapevolezza dei propri sentimenti e non confondere un’intensa ma passeggera emozione con un saldo e duraturo sentimento. Grande pericolo che si cela nel non essere presente è il vivere in modo frammentato: le sensazioni vengono avvertite come slegate tra loro, in modo disordinato invadono la mente i ricordi del passato e le speranze riposte nel futuro, cosicché non si riesce a esser davvero coscienti del presente; è come vivere in uno stato di follia che porta confusione nella mente e fa vedere se stessi e i fatti della vita in modo distorto. Essere frammentati può distruggere l’armonia necessaria al rapporto di coppia. A tutti capita di vivere periodi dove le cose vanno bene e altri dove tutto l’insieme va a rotoli. Non si può ridurre il “sentirsi a pezzi” a un’idea dalla quale si può uscire con la volontà imponendosi di pensare ad altro, ma è una sensazione corporea sconcertante che porta in confusione; si può trovare la via d’uscita solo reagendo come un tutt’uno omogeneo cosciente dell’attimo presente. Quando si è frammentati il corpo non è pronto a collaborare dando e ricevendo emozioni vere, tende anzi a sentirsi aggredito da qualsiasi cosa; anche discutere e cercare di risolvere i problemi col partner non porta a soluzioni praticabili. È importante volersi fermare, ritirarsi e da soli mettersi in ascolto di se stessi, tornare nella memoria all’evento che ha provocato la frammentazione, chiedersi quale delle proprie “ferite” è stata “graffiata”, concedersi tempo sufficiente e “nel proprio corpo” sentire la risposta: quando ciò accade il respiro torna a essere pieno, le sensazioni del corpo tornano chiare, i frammenti si ricompongono, i sentimenti si rivelano per quello che sono e l’individuo torna a essere presente a se stesso. Ritornare presenti è essenziale per uscire dalla “posizione di vittima” cosicché ci siano buoni rapporti col partner, per sentirsi bene con se stessi e per crescere in consapevolezza. Conviene iniziare l’opera di de-frammentazione partendo dalla parte di sé di cui si ha maggiore coscienza e gradualmente, aiutando la necessaria calma con una corretta respirazione, riportare equilibrio in se stessi e coscienza che solo nel presente abbiamo possibilità d’intervento. Non sempre è possibile portare avanti con successo da soli questo percorso di ritorno, in alcuni casi non si riesce neppure a intraprenderlo autonomamente; è culturalmente approvato il ricorso all’aiuto dello psicoterapeuta, che con idoneo ciclo di studi si dota di adeguata preparazione, tuttavia non è da dementi valutare l’aiuto che può dare il terapeuta energetico, che nel tempo s’è adeguatamente preparato, per raggiungere vittoriosi il traguardo, consapevoli di poter stare in se stessi e con se stessi in modo nuovo. Cordiali saluti. Robino Mariano